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Nobiltà Irpina
21-06-2007, 06.53.43
MICRONAZIONI

Una MICRONAZIONE è un'entità formata generalmente da un piccolo gruppo di persone con una propria cultura ed una propria identità o interessi comuni, che ambisce al riconoscimento della propria sovranità.
Una MICRONAZIONE TERRITORIALE è una nazione che possiede un territorio di dimensioni ridottissime.
Una MICRONAZIONE VIRTUALE è una nazione che non possiede alcun territorio e generalmente può essere uno "stato di carta" oppure confinato in internet.
L'obbiettivo di ogni micronazione di qualsiasi genere è ottenere il riconoscimento ufficiale.
Le micronazioni generalmente ambiscono all'ottenimento di una propria sovranità: territoriale e virtuale. La prima è chiaramente la sovranità su un territorio fisico, la seconda su uno spazio virtuale. Il termine "virtuale" indica quindi l'aterritorialità, non l'irrealtà. Vi è inoltre anche una sovranità decisionale, di entità prive di territorio ma che hanno uno status ufficiale e piena indipendenza.

STORIA DELLE MICRONAZIONI
Sebbene siano presenti nella storia diversi casi di micronazioni, alcuni fanno risalire l'origine del micronazionalismo moderno al XIX secolo. Fu proprio durante quel periodo che, soprattutto ad opera di avventurieri, videro la luce diverse micronazioni: alcune ebbero successo, come le Isole Cocos o Keeling, altre invece ebbero meno fortuna. Tra queste ultime si possono citare il Regno di Aracaunia e Patagonia, situato nel sud di Cile e Argentina ed esistito dal 1860 al 1862, ed il Regno di Sedang, nato nell'Indocina Francese e sopravvissuto anch'esso per due anni, dal 1888 al 1890.
Nella prima metà del XX secolo il micronazionalismo sembrò essere in crisi.
Ma dalla seconda metà del '900 si ebbe quella che può essere definita una rinascita.
Come detto le Micronazioni in realtà sono sempre esistite, ma l'esempio più famoso tra quelli recenti è quello del Principato di Sealand. Il Principato di Sealand nacque il 2 settembre del 1967, un anno dopo che Roy Bates e la famiglia avevano occupato una piattaforma artificiale situata non lontano da Londra, utilizzata dal Regno Unito durante la Seconda Guerra Mondiale ed in seguito abbandonata. Quando gli inglesi tentarono di riprendersi la piattaforma, furono respinti a cannonate. In Seguito un tribunale inglese stabilì che Sealand trovandosi in acque internazionali era fuori dalla giurisdizione inglese. Sua Maestà Roy Bates riuscì anche a riconquistare la piattaforma dopo un tentativo di golpe. Alcune aziende hanno individuato nel principato un paradiso fiscale e legale per società che operano in internet. Ancora oggi il Principato di Sealand mantiene la sua indipendenza e ricerca il riconoscimento internazionale.

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Esempio meno famoso e fortunato è rappresentato dalla Repubblica dell'Isola delle Rose.
Nel 1964 l'ingegnere Giorgio Rosa progettò e costruì, per la SPIC (una società industriale specializzata in iniezioni di cemento) una piattaforma artificiale di 400 metri quadrati situata in acque internazionali nel Mar Adriatico al largo della città italiana di Rimini allo scopo di sperimentare un nuovo materiale per palafitte marine. Successivamente vi costruì un ristorante, un negozio, un ufficio postale e un night club. Il 24 giugno 1968 basandosi sul diritto internazionale Giorgio Rosa proclamò sulla piattaforma uno stato indipendente e sovrano: Respubliko de la Insulo de la Rozoj (Repubblica dell'Isola delle Rose). Questa micronazione dichiarò l'esperanto come lingua ufficiale, emise francobolli e concepì come moneta il Mill. Si racconta di un grande afflusso verso l'Isola delle Rose da parte di visitatori e turisti italiani, attirati dalla libertà presente nella micronazione. Nel corso dello stesso anno però carabinieri e guardia di finanza italiani approdarono sull'isola e ne presero il controllo per impedire che fosse vista come un luogo libero. Il Governo dell'Isola delle Rose il Esilio inviò un telegramma alla Repubblica Italiana denunciando la violazione della relativa sovranità e i danni causati al turismo locale da questa occupazione militare. Il 17 luglio 1969 il Consiglio di Stato italiano decise di distruggere la piattaforma. Il 23 luglio 1969, con un'azione illecita e una violazione del diritto internazionale i sommozzatori italiani distrussero, con gli esplisivi, l'Isola delle Rose. Giorgio Rosa si appellò inizialmente a un tribunale internazionale ma poi si arrese di fronte all'indifferenza dell'Onu.

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Sempre dello stesso genere fu l'esperienza della Repubblica di Minerva. Al contrario delle altre questa nazione nacque come vero e proprio progetto di un nuovo paese libertario. Il suo ideatore, l'americano Michael Oliver, riuscì a costruire nel 1972 un'isola artificiale, dopo aver condotto operazioni di dragaggio sugli scogli di Minerva un fondale marino collocato nell'Oceano Pacifico a sud delle Isole Fiji. La Repubblica di Minerva tentò quindi di ottenere il riconoscimento internazionale, ma fu invece occupata militarmente ed annessa dalla vicina Tonga. Ancora oggi Minerva, divenuta principato, è rappresentata da un governo in esilio che chiede da tempo l'adesione all'Unpo.

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L'area più florida per le micronazioni territoriali è stata sicuramente l'Oceania continentale ed il Principato di Hutt River Province è l'apice di questa esperienza. Questa micronazione ha origine nel 1970 quando Leonard George Casley, ovvero Principe Leonard, a seguito di una disputa per le aliquote sul frumento dichiarò l'indipendenza della sua proprietà agricola.
Una decina d'anno dopo nacque l'Impero di Atlantium, fondato da un gruppo di ragazzi di Sydney a seguito di una protesta politica e con ragioni simili, diversi anni dopo, agli inizi del XXI secolo sorse il Gay & Lesbian Kingdom of the Coral Sea Islands. Quest'ultimo venne fondato da un gruppo di omosessuali (capeggiato da Dale Parker Anderson, discendente della nobiltà inglese) che occuparono alcune isole al largo dell'Australia, dopo che quest'ultima aveva vietato il matrimonio tra omosessuali, con lo scopo di far crescere una nazione dove non vi fossero discriminazioni nei confronti di gay e lesbiche.

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Altre micronazioni ricercano l'indipendenza attraverso anomalie storiche. Ne è un esempio il Principato di Seborga (mai annesso al Regno d'Italia né alla Repubblica Italiana e la cui indipendenza fu riconosciuta da Benito Mussolini) situato nella penisola italiana. Gli abitanti di Seborga hanno eletto nel 1963 Giorgio I principe a vita e approvato nel 1994 la costituzione del Principato di Seborga ed anche se non sono ufficialmente riconosciute, le autorità comunali italiane mantengono grande rispetto per il potere spirituale e tradizionale che viene riconosciuto in Sua Altezza e nelle istituzioni seborghine. Questo rispetto è venuto a mancare recentemente e a portato alle dimissioni del Principe Giorgio I, poi ritirate.

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Ancora oggi, capita che gruppi di persone occupino piccoli territori o progettino la creazione di piattaforme artificiali, dichiarandovi uno stato indipendente e sovrano.
La storia delle micronazioni virtuali, invece, ha le sue origini, inconsapevolmente, il 26 dicembre del 1979.
Quel giorno a Milwaukee un ragazzino di 13 anni, Robert Madison, ribellandosi ai suoi genitori, dichiara la sua stanza territorio indipendente e sovrano nominandosi re Robert I: nasce così il Regno di Talossa.
Nei due anni successivi diverse persone ottengono la cittadinanza di Talossa, mentre altre micronazioni prendono vita dando il via all'espansione di questo fenomeno. In quegli anni la maggior parte di quelle micronazioni non ha un territorio fisico di riferimento, ma esiste in forma ideale e si sviluppa per esempio attraverso la corrispondenza postale.
Il 26 novembre 1980 viene fondata la Lega Degli Stati Secessionisti (League Of Secessionist States - LOSS) un'organizzazione che raccoglie le micronazioni nate fino ad allora.
Ma la svolta avviene nel 1996, quando viene aperto il sito web del Regno di Talossa, da allora si verifica la diffusione del fenomeno ed iniziano a nascere una miriade di micronazioni virtuali.

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In seguito nasce anche il LOM (League Of Micronations), la Lega Delle Micronazioni, organismo analogo al LOSS.
Come in precedenza queste micronazioni non sono dotate di un territorio fisico, ma ora posseggono dei confini virtuali, delimitati dal proprio sito internet, un punto di riferimento dove i loro appartenenti possono interagire più facilmente tra loro. L'esplosione di questo fenomeno dà luogo alla nascita di diverse categorie di micronazioni.
C'è chi ne fonda una sua inizialmente per gioco, chi per iniziare a sognare, chi per chissà quali ambizioni, chi per rivendicazione di titoli ottenuti dai suoi avi, chi approfitta di situazioni poco chiare in alcuni trattati per dichiarare la teorica indipendenza del suo regno, chi si impadronisce di una zona e si dichiara stato indipendente.
Ma tutte hanno in comune la rivendicazione della propria identità, della propria indipendenza e della propria sovranità, elemento senza il quale un entità non può essere considerata una micronazione.
Alcune riescono ad ottenere status particolari, a stampare passaporti o francobolli validi, a raggiungere riconoscimenti parziali.
Negli ultimi anni inoltre, è nata una nuova teoria: la teoria del quinto mondo. Secondo questa teoria, sostenuta sia dal sovrano di TTF-Bucrafan, Cesidio Tallini, sia dalla Conch Repubblic, il mondo è da suddividere in sei tipi di nazioni. Le nazioni del primo, secondo e terzo mondo sono gli stati riconosciuti, divisi in base alle loro condizioni economiche. Le nazioni del quarto mondo sono invece rappresentate da quelle nazioni che aspirano all'indipendenza o che vogliono recuperare l'indipendenza perduta. Il sesto mondo sono invece le micronazioni virtuali. Il divario tra il sesto e il quarto mondo è riempito dal quinto mondo, costituito da quelle micronazioni virtuali che hanno sviluppato una cultura propria e caratteristiche proprie.

Nobiltà Irpina
21-06-2007, 06.55.32
IL LIBERTARIANISM: SAGGIO BIBLIOGRAFICO

di Nicola Iannello

1. Il libertarianism e il liberalism

Nel mondo anglo-sassone il liberalism è un universo molto esteso dove il significato prevalente della parola liberal è quello di progressista di “sinistra” schierato a favore dei diritti civili, soprattutto di minoranze e gruppi, e dell’intervento del governo nell’economia. Con il New Deal rooseveltiano la “sinistra” americana si appropria definitivamente dell’etichetta di liberal, lasciando alla Old Right il compito di cercarsi nomi che ne rappresentino le diverse sfumature. Tra i fattori che contribuiscono alla ripresa della “destra” americana nel dopoguerra, il classical liberalism occupa un posto centrale grazie alla migrazione degli Austriaci; ponendo l’accento sulla superiorità del libero mercato nei confronti del collettivismo, questi intellettuali creano le premesse per uno schieramento culturale e politico free market oriented. La Guerra fredda, tuttavia, conduce a una storica frattura, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio degli anni sessanta, tra conservatives e libertarians, riconducibile in prima battuta all’atteggiamento da tenere in politica estera nei confronti del blocco comunista: per i primi, la minaccia sovietica andava combattuta attivamente, mobilitando le risorse della società sotto la guida del governo, per i secondi, nell’attesa misesiana del crollo del socialismo, era preferibile una posizione isolazionista e di non intervento. Come si vede, siamo di fronte ad una divisione diversa rispetto a quella classica tra conservatori e liberali, riconducibile alla preferenza per l’ordine o per la libertà come valore cardine del discorso politico. Questa articolazione del lessico politico americano va anche inserita nel sistema tendenzialmente bipartitico di quel paese; a “destra”, prevalse l’etichetta di “conservatori”, soprattutto con la campagna per le presidenziali del 1964, in cui Barry Goldwater – il candidato repubblicano – rivendicò con orgoglio la definizione di conservative. Si tratta del successo di un’operazione di cultura politica iniziata con la fondazione nel 1955 della National Review di William Buckley. Da allora, nello spettro politico-partitico americano i Democratici, sostenitori del big government in economia e dei diritti civili in campo sociale, sono i liberals e i Repubblicani, fautori della deregulation del mercato e dei valori della tradizione americana nel costume, i conservatives. In questo contesto i libertarians rompono gli schemi (1), in quanto sono sostenitori radicali del capitalismo e della libertà in ogni sua forma, fino all’anti-proibizionismo in tema di droghe e alla depenalizzazione di ogni “devianza”, da quelle sessuali a quelle espressive. La parola libertarianism ha quindi piena cittadinanza nel dibattito politico americano; vediamo di precisarne il significato. Si definiscono ex negativo “libertarians” i liberali non liberal. Prendendo le mosse da questa prima definizione, si danno così due significati della parola libertarian, uno più ampio, usato soprattutto dagli avversari che non fanno distinzioni e sfumature, indicante genericamente i sostenitori del libero mercato polemici nei confronti del welfare state e delle teorie della ‘giustizia sociale’; uno più ristretto, più proprio, usato dagli stessi libertarians per distinguersi soprattutto dai classical liberals, loro parenti più stretti. In questa sede si compirà una ricognizione del libertarianism inteso nel significato ristretto. La mancata distinzione tra le anime della famiglia liberale e gli equivoci del lessico politico provocano confusione: ecco perché non è raro trovare classificati tra i libertarians o i conservatori (2) autori come F.A. Hayek e M. Friedman, i quali, propriamente parlando, sono liberali classici. Lasciato da parte il conservatorismo americano, la distinzione da tener ben ferma è quella tra classical liberals e libertarians (3). I primi, pur ribadendo il nesso inscindibile tra libertà economica e libertà politica, adottano un atteggiamento di acquiescenza nei confronti dello stato, visto come un ‘male necessario’ da ridurre – lo stato di diritto – ma non da sopprimere; la gamma di sfumature è praticamente infinita, poiché si tratta di vedere di volta in volta quali vengono considerati i compiti insopprimibili dello stato, in ogni caso ricondotti alla categoria dei “beni pubblici”. I libertarians sono gli estremisti del liberalismo, i contestatori radicali dello stato moderno, divisi nelle due famiglie dei “minarchici” e degli “anarchici”: i primi sono i sostenitori della riduzione ai minimi termini delle funzioni statali, i fautori di uno “stato
minimo” che limita il suo compito al servizio di protezione dei diritti degli individui e di risoluzione delle controversie; i secondi sono i teorici dell’anarco-capitalismo radicale, ovvero coloro che propugnano la completa estinzione dello stato e l’estensione massima delle libere relazioni di mercato.

2. Oggettivismo e libertarismo: Ayn Rand vs Murray N. Rothbard
Da un punto di vista storico, il 1943 segna una svolta importante per la cultura libertaria americana in ragione della simultanea pubblicazione di tre opere fondamentali; sono tre donne a rilanciare gli ideali di libertà – pur senza definirsi libertarians – in un anno in cui il mondo è sconvolto dal più distruttivo conflitto tra stati che la storia ricordi: Rose Wilder Lane, con The Discovery of Freedom, Isabel Paterson (1886-1961), con The God of the Machine, Ayn Rand con il romanzo The Fountainhead (4). Ad accomunare le autrici, oltre i legami personali di amicizia, sono un radicale individualismo, la difesa dei diritti dell’uomo fondati sul diritto di proprietà, la celebrazione delle conquiste del capitalismo, l’esaltazione della libertà nella società americana, l’elogio delle istituzioni politiche americane per aver reso
possibile il governo limitato. Delle tre, la vicenda personale della terza fu quella più influente. Ayn Rand (1905-1982) era una scrittrice emigrata dalla Russia bolscevica nel 1926 in cerca di libertà e successo. Il suo ruolo guida si affermò negli anni cinquanta con la pubblicazione della summa del randismo, Atlas Shrugged, il romanzo che ha convertito generazioni di americani alla causa del capitalismo e dell’anti-statalismo (5). Dopo il
successo nella fiction, l’attività della scrittrice fu indirizzata, negli anni sessanta, all’approfondimento e divulgazione delle sue idee filosofiche e politiche – l’Oggettivismo – attraverso conferenze e la pubblicazione della voce del randismo, The Objectivist Newsletter. La maggior parte di questa produzione fu ripubblicata in raccolte di saggi a partire dal 1961, e ancor oggi continua a cura dell’Ayn Rand Institute (6). In queste opere Rand sostiene un radicale individualismo, la morale dell’egoismo razionale, i diritti naturali dell’uomo basati sul diritto di proprietà, il governo limitato e il capitalismo laissez-faire; la sua è una difesa filosofica, morale del capitalismo, inteso come risultato della volontà prometeica dell’uomo. Il lascito più fecondo per la cultura libertaria è stato l’assioma di non aggressione, ovvero la condanna dell’inizio dell’uso della forza, insieme alla riconduzione dei diritti dell’uomo al diritto di proprietà (7).
L’influenza di Rand non deve esser sottovalutata se si vuol seguire gli sviluppi del pensiero libertario. Il cenacolo della scrittrice – con la quale “di solito comincia” (8) l’esperienza intellettuale dei giovani sostenitori del capitalismo – era il catalizzatore di energie intellettuali devote alla causa della libertà in un’epoca in cui l’intelligencija era massicciamente orientata verso l’interventismo, il keynesismo, il socialismo. Anche il giovane Murray N. Rothbard (1926-1995) fu accolto nel ristretto gruppo newyorkese
degli adepti per esserne presto allontanato a causa del suo ‘deviazionismo anarchico’. Nel 1962, infatti, a soli trentasei anni, Rothbard aveva pubblicato Man, Economy, and State, un trattato di economia teorica mirante a restituire alla disciplina lo spessore e la vastità dei classici (9); innestando l’eredità del marginalismo austriaco nella versione misesiana – legge dell’utilità marginale, individualismo metodologico, prasseologia,
catallassi – sul fertile tronco dell’individualismo anarchico americano, Rothbard si poneva in rotta di collisione con Ayn Rand in quanto condannava come violento e quindi immorale ogni intervento del governo nel mercato. Per rendersene conto basta leggere tra le righe del saggio randiano “The Nature of Government”, uscito su The Objectivist Newsletter nel dicembre 1963, giusto un anno dopo la comparsa dell’opera di Rothbard; la condanna dell’anarchismo e di qualche confuso giovane sostenitore del
capitalismo spintosi fino a parlare di governi in concorrenza è senza appello (10). La radicalità della sfida anarchica, sempre presente nella cultura americana, aveva fatto una nuova agguerrita apparizione, come un fiume carsico, all’interno della corrente di pensiero che più coerentemente sosteneva la causa del capitalismo. E non è un caso che la nascita ufficiale di questa corrente venga fatta risalire a una “lettera aperta” a Ayn Rand, che sempre rifiutò l’etichetta di libertarian e disprezzò l’anarchismo; la lettera fu scritta nel 1969 da Roy A. Childs, Jr. (1949-1992), infaticabile organizzatore del movimento libertario e acuto polemista, e non ottenne
risposta (11). Ma la presentazione teorica completa dell’anarco-capitalismo, come d’ora in poi viene conosciuta la versione anarchica del libertarismo, è dell’anno seguente, sempre ad opera di Rothbard; Power and Market è un libro di economia politica – meglio, di analisi economica dell’intervento politico sul mercato – che affronta uno dei nodi più importanti della filosofia politica, quello del rapporto di comando-obbedienza (12). In esso viene enunciata la sostituzione del monopolio
statale della coercizione, dell’amministrazione della giustizia e della protezione dei diritti naturali individuali, con agenzie private in concorrenza.

3. Il momento libertario: anarchici e minarchici
In un brevissimo lasso di tempo si assiste all’esplosione del pensiero libertario. Nel 1970, oltre al libro di Rothbard, esce, stampato privatamente, anche quello di Morris e Linda Tannehill, The Market for Liberty; la sistematizzazione del libertarismo è completata nel 1971 con l’ampia monografia di John Hospers, e con quella di Jerome Tuccille (13). La produzione teorica rifletteva anche il corso degli avvenimenti politici.
Non si deve dimenticare che il libertarismo americano si fece movimento autonomo staccandosi dall’associazione “The Young Americans for Freedom”, al congresso di Saint Louis dell’agosto 1969, quando la minoranza del “Libertarian Caucus” rifiutò di sostenere la guerra del Vietnam; a fine anno naque la “Society for Individual Liberty”, nel 1971 il libertarismo si costituiva in partito politico, ed esso è ancora oggi il terzo
partito organizzato degli Stati Uniti. In effetti, For a New Liberty di Rothbard è il manifesto teorico-politico del Libertarian Party (14). Il “momento libertario” proseguiva con successo quando David Friedman (1945-), figlio di Milton, pubblicava nel 1973 The Machinery of Freedom, la versione utilitaristica dell’anarco-capitalismo, delineando così una nuova dicotomia nella famiglia libertaria tra giusnaturalisti e utilitaristi (15).
La notorietà a livello accademico del libertarismo è legata all’opera di Robert Nozick (1938-2002) Anarchy, State, and Utopia, del 1974 (16), presa il più delle volte per una risposta estremistica alla filosofia della giustizia sociale del collega di Harvard John Rawls, di tre anni prima (17). Nonostante l’abbondanza di riferimenti all’opera di Rawls, il vero bersaglio di Nozick è Power and Market di Rothbard, altrimenti non si capirebbe lo spazio dato alla prima parola del titolo, l’anarchia. Nozick si propone,
infatti, di superare le obiezioni morali degli anarchici verso lo stato per giustificare l’emergere, attraverso un processo “a mano invisibile”, di uno stato minimo dotato del monopolio della coercizione finalizzato alla protezione dei diritti degli individui. L’opera di Nozick ha, tra gli altri, il merito di rendere ben visibili le differenze interne alla famiglia libertaria: da una parte i minarchici (archists), dall’altra gli anarchici (anarchists). Dopo la pubblicazione di Anarchy, State, and Utopia il dibattito tra le due
correnti si fa serrato. È il gruppo che fa capo a Rothbard e al suo «Journal of Libertarian Studies» che lancia strali polemici contro la triade minarchica Rand, Hospers, Nozick (18). Non è un caso che colui che è stato considerato l’iniziatore della variante anarco-capitalistica con la sua critica ad Ayn Rand – Roy A. Childs, Jr. – abbia proseguito criticando Nozick; è soprattutto quest’ultimo, infatti, a far le spese degli attacchi degli anarchici – Rothbard definisce il minarchismo di Nozick «la immacolata concezione dello stato» – e ad attirare la sferzante ironia di Rothbard
quando si palesa la sua defezione dal campo libertario (19). Purtroppo quello che poteva diventare uno dei dialoghi più interessanti della filosofia politica contemporanea non è mai decollato a causa del silenzio di Nozick; come spesso accade, tra posizioni non molto lontane può crearsi un’incomprensione che sfocia in ostilità aperta. La nota vis polemica di Rothbard, alimentata dalla sicurezza di un emarginato considerato un
guru dai suoi, non ha certo contribuito a smussare le asperità, ma il silenzio di Nozick sa non poco di albagia. Con l’eclissi di Nozick, il movimento libertario viene quasi ad identificarsi con Rothbard che nel 1982 pubblica l’esposizione più sistematica del suo pensiero, The Ethics of Liberty (20). Rothbard è un giusnaturalista che si muove nel solco della tradizione lockeiana. Egli prende le mosse dall’assioma dell’assoluto diritto di ogni
uomo, primo sul suo corpo (self-ownership), secondo sulle risorse naturali da lui trasformate col suo lavoro (homestead). In uno dei suoi ultimi scritti l’economista di New York si è occupato anche dei concetti
di nazione e stato nazionale, traendo conclusioni interessanti per un’interpretazione libertaria della trasformazione della carta politica del pianeta in questi ultimi anni (21).

4. Il dibattito attuale
Quelle delineate fino ad ora sono le coordinate principali della declinazione più avanzata del liberalismo contemporaneo. L’approccio maggiormente fecondo si è dimostrato quello giusnaturalista anarchico di matrice rothbardiana. Nel solco rothbardiano, di un certo rilievo è la produzione dell’allievo dell’economista newyorkese, Hans-Hermann Hoppe (1949-) (22). Lo studioso tedesco dell’Università di Las Vegas propone un’analisi critica dei nostri concetti politici, su tutti quello di democrazia (23), aggiungendo alle osservazioni di Rothbard una prospettiva storica originale che legge in modo disincantato il passaggio dalla monarchia alla democrazia nei paesi occidentali; prospettiva peraltro già adombrata in autori liberali classici come Bastiat, Tocqueville, de Molinari, Spencer che avevano colto la continuità dei problemi per la libertà nella transizione dal potere della corona a quello dei parlamenti. Importante è anche l’opera di tutta una vita (e apparsa due anni dopo la morte) dell’anarchico Robert LeFevre (1911-1986), fondatore del Rampart College, che chiama autarchia la sua filosofia basata sul rifiuto assoluto della coercizione (24). Un’esposizione divulgativa e divertente dell’anarco-capitalismo si trova nel libro dell’economista canadese Walter Block Defending the Undefendable, non a caso con
introduzione di Rothbard, in cui si difendono casi disperati, ovvero figure solitamente additate al pubblico disprezzo come l’usuraio, il lenone, lo spacciatore di droga, il ricattatore, in quanto operanti attraverso liberi accordi non implicanti inizio di aggressione (25). Il succès de scandale dell’opera ha però indotto Block a precisare che resta una distinzione tra il libertarismo come filosofia polit ica e le preferenze morali, essendo il primo una risposta alla domanda sul giusto ruolo della forza nelle relazioni
umane, e le seconde espressione di valutazioni soggettive. Rigettando l’appiattimento del libertarismo sul libertinismo che potrebbe scaturire dalla lettura del volume, l’economista canadese si definisce un «conservatore culturale» (26). Tale definizione ha avuto successo tra i libertari, tanto da essere fatta propria dallo stesso Rothbard, il quale, negli ultimi anni della sua vita, dopo la rottura con il Libertarian Party, ha preso a descriversi come un paleo-libertarian in quanto non più a suo agio con gli sviluppi
“controculturali” del movimento, avvicinandosi così a correnti della destra
tradizionalista americana (27). Di minor interesse l’applicazione di un altro prefisso al libertarismo, l’abusato post. La discussione ha avuto luogo sulle pagine della «Critical Review», pubblicazione interdisciplinare non strettamente libertarian ma aperta a diverse correnti culturali. Il dibattito è stato suscitato dal direttore Jeffrey Friedman, che ha argomentato, in modo abbastanza pretestuoso, la necessità, dopo la caduta del muro di Berlino, di passare a un “postlibertarianism”, peraltro non definito con precisione, in ragione della presunta inadeguatezza del libertarianism di fronte alle sfide di un mondo post-comunista (28).
Il fiorire del pensiero libertario ha sollevato un certo interesse dando luogo a una esigua letteratura secondaria (29). Se la ricostruzione di Arvon è di un certo rilievo – tracciando la genealogia del libertarismo contemporaneo fin dalle sue origini europee con l’unicismo di Max Stirner –, le opere di Lemieux non vanno al di là di un’esposizione sintetica degli autori esaminati. La monografia di Narveson è una risposta alle argomentazioni di Nozick.
Il libertarismo ha anche provocato una letteratura critica che ha sollevato problemi interessanti ma che spesso ha mancato il bersaglio; è il caso di S.L. Newman, il quale si limita a giustapporre le teorie dei libertari contemporanei a quella di Locke, mostrando come i primi abbiano travisato il secondo. P. van Parijs analizza e critica la posizione libertaria identificandola con Nozick al fine di riformulare una ‘teoria della giustizia’ nel solco di Rawls. Anche T. Nagel limita il suo attacco a Nozick accusandolo
di non fondare la libertà dell’individuo. Il libro di Haworth va fuori bersaglio in quanto dilata il libertarismo in senso lato a tutte le teorie a favore della libertà e riduce il libertarismo in senso stretto al mercato (30).
Difficile tracciare un quadro unitario delle prospettive presenti della cultura libertaria. Importanti sono le ricerche in campo giuridico di R. Barnett e B. Benson, dove si mira ad un’analisi teorico-pratica del problema della produzione di regole giuridiche e del sanzionamento dei comportamenti che le trasgrediscono (31). Le tendenze degli studiosi dell’area libertaria sono raggruppate in una raccolta di saggi che apre squarci sui problemi delle società del prossimo secolo; il libro curato da T.R. Machan e D.B. Rasmussen si segnala soprattutto per la terza parte dedicata al confronto con famiglie politiche lontane e diverse come i sostenitori del welfare (Machan), i communitarians (Rasmussen), i sostenitori della fine dell’individualismo (L.E. Lomasky), J. Habermas (Rasmussen), a riprova dell’ampiezza della capacità di analisi del libertarismo (32). Dedicata al tema ineludibile dello stato la raccolta curata da Sanders e Narveson (33).
Di un certo interesse è anche la breve monografia del minarchico L. Pollock che propone un’interpretazione kantiana del libertarismo come dottrina morale in cui le relazioni tra uomini si fondano sul mutuo consenso (34). Un altro pensatore di rilievo è l’ungherese Anthony de Jasay che da anni segue un itinerario di ricerca originale (35). La definizione di libertarian in America è ormai corrente, tanto da essere adottata dal prestigioso Cato Institute e da un intellettuale controverso come Charles Murray (36).

5. Il libertarismo in Italia
Il libertarismo e l’anarco-capitalismo conoscono in Italia un ritorno di interesse dopo una pionieristica ricezione sul finire degli anni Settanta, ad opera di Riccardo La Conca e della sua rivista «Claustrøføbia» (37). Lo stesso La Conca, un decennio più tardi, ha pubblicato una monografia in cui applica alcuni spunti a temi di Public Choice (38). Un altro episodio significativo riguarda il tentativo di Guglielmo Piombini di stimolare la cultura anarco-collettivistica con uno scritto breve ed efficace; non è tanto il dibattito suscitato sulla rivista ad essere interessante (39), quanto il commento fatto in un libriccino in cui, in margine ad un’estesa citazione dell’articolo di Piombini si attribuisce a Rothbard e a D. Friedman «una parziale accettazione dei valori del capitalismo» (40). Per cominciare ad avere un inquadramento scientifico della cultura libertaria e anarco-capitalistica americana si è dovuto attendere gli studi di Luigi Marco Bassani, di Raimondo Cubeddu e di Carlo Lottieri, grazie ai quali si comincia a fare una certa chiarezza in questo campo dando ai libertari americani quello che spetta loro, ovvero un posto di rilievo nella tradizione che combatte per la causa della libertà (41). Attenzione è venuta anche da aree culturali diverse. La rivista Ideazione, a distanza di anni, ha dedicato due sezioni speciali al libertarismo e a Rothbard (42). Due anche le manifestazioni d’interesse da parte della rivista conservatrice Percorsi che si è occupata dell’anarco-capitalismo con sezioni speciali a più voci (43). Il dibattito sulle idee libertarie è ora condotto soprattutto su due riviste: Enclave, della Leonardo Facco Editore, e élites; quest’ultima ha dedicato il primo numero del 1999 a “l’arcipelago libertario” con contributi di studiosi italiani e stranieri (44). Questo ritorno di interesse ha dato l’avvio a una produzione italiana di tendenza libertarian – culminata nella “conversione” di Sergio Ricossa – che comprende contributi su temi quali la storia del pensiero politico, l’ecologia, la teoria del diritto, la storiografia (45). Da un punto di vista storico, l’acquisizione più importante è stata la riscoperta di Bruno Leoni, a partire dalla traduzione italiana del suo libro più importante, avvenuta nel 1995 (46). E nel segno della riscoperta dei “padri fondatori”
è anche la messe di traduzioni in italiano di classici della tradizione individualistica degli ultimi tre secoli (47). Il primo ad interessarsi criticamente al libertarismo è stato Domenico Settembrini che ha collocato l’anarco-capitalismo nel solco del liberalismo classico, richiamando però
l’attenzione su presunte affinità con l’anarchismo classico (48).
Da segnalare anche il contributo critico di Mauro Barberis che nella sua monografia sul concetto di libertà ha inserito un paragrafo sulla “libertà libertaria” dedicato alle posizioni di Nozick e degli anarco-capitalisti di cui viene riconosciuta l’importanza teorica (49), a fronte però di incomprensioni che testimoniano come non sia facile raccogliere la sfida di un pensiero veramente altro rispetto al mainstream della cultura occidentale. Le medesime difficoltà di comprensione si trovano in altri critici come Pier Paolo Portinaro ed Enrico Diciotti, i quali non colgono gli aspetti fondamentali e innovativi del pensiero libertario (50).



NOTE
(1) Per studiare le “ideologie” americane William S. Maddox e Stuart A. Lile, Beyond Liberal and Conservative. Reassessing the Political Spectrum, Washington, Cato Institute, 1984, si giovano di una quadripartizione tra liberals, conservatives, libertarians, populists. Cfr. anche Roberta Adelaide Modugno, Oltre la Destra e la Sinistra, contro lo Statalismo: i Libertarians, in Dario Antiseri e Lorenzo Infantino (a cura di), Destra e Sinistra due parole ormai inutili, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1999, pp. 101-110.
(2) Per affrontare questioni di confine cfr. George W. Carey (ed.), Freedom and Virtue: The Conservative/Libertarian Debate, Lanham, University Press of America, 1984; Nigel Ashford-Stephen Davies (eds), A Dictionary of Conservative and Libertarian Thought, London-New York, Routledge, 1991.
(3) Cfr. Norman P. Barry, On Classical Liberalism and Libertarianism, London, Macmillan, 1986; trad. it. Del liberalismo classico e del libertarianismo, Roma, ELiDiR, 1993.
(4) Cfr. Rose Wilder Lane, The Discovery of Freedom. Man’s Struggle Against Authority, New York, The John Day Company, 1943; With a New Introduction by Roger Lea MacBride, s.l. [New York], Laissez Faire Books, 1984; Isabel Paterson, The God of the Machine, New York, G.P. Putnam, 1943; With a New Introduction by Stephen Cox, New Brunswick-London, Transaction Publishers, 1993; Ayn Rand, The Fountainhead, New York, Bobbs-Merril, 1943; trad. it. di La fonte meravigliosa, Milano, Baldini &
Castoldi, 1947; Milano, Corbaccio, 1996.
(5) Cfr. Rand, Atlas Shrugged, New York, Random House, 1957; trad. it. La rivolta di Atlante, Milano, Garzanti, 1958. Della Rand sono disponibili in italiano anche i romanzi precedenti The Fountainhead: We the Living, New York, Macmillan, 1936; revised edition, New York, Random House, 1959; trad. it. Noi vivi, Milano, Baldini & Castoldi, 1937; Milano, Longanesi, 1990; Milano, TEA, 1992; Anthem, London, Cassel, 1938; revised edition, Los Angeles, Pamphleteers, 1945; trad. it. La vita è nostra, Milano, Baldini & Castoldi, 1938; trad. della seconda edizione Anthem (Inno), Messina, Alfa, 1997; Antifona, Macerata, Liberilibri, 2003. È ora disponibile lo studio di A. Laganà, L’opera narrativa di Ayn Rand, Reggio Calabria, Falzea, 1997.
(6) Rand, For the New Intellectual: The Philosophy of Ayn Rand, New York, Random House, 1961. The Virtue of Selfishness: A New Concept of Egoism, New York, New American Library, 1964; trad. it. La virtù dell’egoismo. Un concetto nuovo di egoismo, Macerata, Liberilibri, 1999. Capitalism: The Unknown Ideal (1966), New York, Signet, 1967. Introduction to Objectivist Epistemology, New York, New American Library, 1979; Second edition, 1990. The Romantic Manifesto: A Philosophy of Literature, New York, World Publishing Company, 1969. The New Left: The Anti-Industrial Revolution, New York, New American Library, 1971; Second edition Return to the Primitive: The Anti-Industrial Revolution, Edited by Peter Schwartz, 1998.
Philosophy: Who Needs It, Introduction by Leonard Peikoff, New York, Bobbs-Merrill, 1982. The Voice of Reason: Essays in Objectivist Thought, Edited by L. Peikoff, New York, New American Library, 1989. The Ayn Rand Column, Introduction by Peter Schwartz, Oceanside, Second Renaissance Books, 1991.
(7) Sul pensiero di Ayn Rand cfr. Patrick M. O’Neil, Ayn Rand and the Is-Ought Problem, «Journal of Libertarian Studies», 7 (1983), n. 1, pp. 81-99. Douglas Den Uyl-Douglas Rasmussen (eds), The Philosophic Thought of Ayn Rand, Chicago, University of Illinois Press, 1984. N.P. Barry, On Classical Liberalism cit., chap. 7 “Ayn Rand and Egoism”, pp. 108-131; trad. it. pp. 135-163. Barbara Branden, The Passion of Ayn Rand, New York, Doubleday, 1986. Ronald E. Merrill, The Ideas of Ayn Rand, LaSalle, Open Court, 1991. Leonard Peikoff, Objectivism: The Philosophy of Ayn Rand, New York, Dutton, 1991. Chris Matthew Sciabarra, Ayn Rand: The Russian Radical, University Park, The Pennsylvania State University Press, 1995.
Tibor R. Machan, Ayn Rand, New York, Lang, 1999. N. Iannello, Radicali per il capitalismo. L’Oggettivismo di Ayn Rand, Introduzione a Ayn Rand, La virtù dell’egoismo cit., pp. IX-XXXIII.
(8) Cfr. Jerome Tuccille, It Usually Begins with Ayn Rand, New York, Stein and Day, 1972.
(9) Cfr. Murray N. Rothbard, Man, Economy, and State. A Treatise on Economic Principles (1962), Auburn, Ludwig von Mises Institute, 1993. Cfr. Ludwig von Mises, Human Action. A Treatise on Economics (1949), Chicago, Regnery, 1966; trad. it. L’azione umana. Trattato di economia, Torino, UTET, 1959.
(10) Cfr. Rand, The Virtue of Selfishness cit., pp. 131-132.
(11) Roy A. Childs, Jr., Objectivism and the State: An Open Letter to Ayn Rand (1969), in Liberty Against Power. Essays by Roy A. Childs, Jr., edited by Joan Kennedy Taylor, San Francisco, Fox & Wilkes, 1994, pp. 145-156.
(12) Cfr. Rothbard, Power and Market. Government and the Economy (1970), Menlo Park, Institute for Humane Studies, 1977.
(13) Cfr. Morris and Linda Tannehill, The Market for Liberty (1970), San Francisco, Fox & Wilkes, 1993. John Hospers, Libertarianism: A Political Philosophy for Tomorrow, Los Angeles, Nash, 1971. J. Tuccille, Radical Libertarianism: A Right-Wing Alternative, New York, Harper & Row, 1971.
(14) Rothbard, For a New Liberty. The Libertarian Manifesto, New York, Macmillan, 1973, Revised edition, New York, Collier, 1978; trad. it. Per una nuova libertà. Il manifesto libertario, Macerata, Liberilibri, 1996. Per un’esposizione divulgativa del programma del Libertarian Party cfr. David Bergland, Libertarianism in One Lesson (1984), Sixth edition, Costa Mesa, Orpheus, 1993.
(15) Cfr. David Friedman, The Machinery of Freedom. Guide to a Radical Capitalism, New York, Harper & Row, 1973, Second edition, LaSalle, Open Court, 1989; trad. it. L’ingranaggio della libertà. Guida a un capitalismo radicale, Macerata, Liberilibri, 1997; Id., Hidden Order. The Economics of Everyday Life, New York, HarperCollins, 1996; Id., Law’s Order. What Economics Has To Do With Law and Why It Matters, Princeton, Princeton University Press, 2000. Cfr. Fabio Massimo Nicosia, David Friedman, realista giuridico libertario, in Id., Il diritto di essere liberi. Per una teoria libertaria della secessione, della proprietà e dell’ordine giuridico, Treviglio, Leonardo
Facco Editore, 1997, pp. 88-97; Id., “Giusnaturalisti” e “utilitaristi” nel
“libertarianism” contemporaneo: un contrasto insolubile?, «Materiali per una storia della cultura giuridica», XXVII (1997), n. 1, pp. 151-179.
(16) Cfr. Robert Nozick, Anarchy, State, and Utopia, New York, Basic Books, 1974; trad. it. Anarchia Stato e utopia, Firenze, Le Monnier, 1981; Anarchia, stato e utopia, Milano, Il Saggiatore, 2000. Non deve stupire che anche Nozick “cominci” con Ayn Rand, cfr. On the Randian Argument, «The Personalist», 52 (Spring 1971), pp. 282-304, rist. in Socratic Puzzles, Cambridge, Harvard University Press, 1997, pp. 249-264; trad. it. Sull’argomento di Ayn Rand, in Puzzle socratici, Milano, Raffaello
Cortina, 1999, pp. 295-314. Su Nozick cfr. Jeffrey Paul (ed.), Reading Nozick, Totowa, Rowman & Allanheld, 1981. Angelo M. Petroni (a cura di), Giustizia come libertà?, «Biblioteca della libertà», XIX (1984), n. 91, con contributi di G.A Cohen, L. Fretz, I.M. Kirzner, S. Maffettone, A.M. Petroni, C.C. Ryan, P. van Parijs. N.P. Barry, On Classical Liberalism cit., chap. 8 “Robert Nozick and the Minimal State”, pp. 132-160; trad. it. pp. 165-200. Jonathan Wolff, Robert Nozick. Property, Justice and the Minimal State, Stanford, Stanford University Press, 1991. Sezione monografica di «Studi Perugini», I (1996), n. 2, con contributi di N. Iannello, B. Williams, C. Lottieri, J. Wolff, S. Maffettone, G.A Cohen, A.M. Petroni, S. Ricossa.
(17) Cfr. John Rawls, A Theory of Justice, Cambridge, The Belknap Press of Harvard University Press, 1971; trad. it. Una teoria della giustizia, Milano, Feltrinelli, 1982.
(18) Cfr. David Osterfeld, Internal Inconsistencies in Arguments for Government: Nozick, Rand, Hospers, «Journal of Libertarian Studies», 4 (1980), n. 3, pp. 331-340.
(19) Per le critiche anarchiche cfr. Randy E. Barnett, Whither Anarchy? Has Robert Nozick Justified the State?, «Journal of Libertarian Studies», 1 (1977), n. 1, pp. 15-21; trad. it. Dove va l’anarchia? Robert Nozick è riuscito a giustificare lo stato?, «Federalismo & Libertà», IX (2002), n. unico, pp. 287-298. R.A. Childs, Jr., The Invisible Hand Strikes Back, ivi, pp. 23-33, rist. in Liberty Against Power cit., pp. 157-178. M.N. Rothbard, Robert Nozick and the Immaculate Conception of the State, ivi,
pp. 45-57, rist. come cap. 29 di The Ethics of Liberty (1982), New York, New York University Press, 1998, pp. 231-253; trad. it. L’etica della libertà, Macerata, Liberilibri, 1996, pp. 361-390. John T. Sanders, The Free-Market Model versus Government: A Reply to Nozick, ivi, pp. 35-44. Jeffrey Paul, Nozick, Anarchism, and Procedural Rights, «Journal of Libertarian Studies», 1 (1977), n. 4, pp. 337-340. Frederic C. Young, Nozick and the Individualist Anarchist, «Journal of Libertarian Studies», 8 (1986), n. 1, pp. 43-49. Per l’ironia di Rothbard cfr. Introduction to the French Edition of Ethics of Liberty, «Journal of Libertarian Studies», 10 (1991), n. 1,
pp. 19-21, dove perfidamente afferma che la defezione di Nozick dal campo libertario non è una grossa perdita; egli si riferisce a Nozick, The Examined Life, New York, Simon and Schuster, 1988 (trad. it. La vita pensata, Milano, Mondadori, 1990), dove l’autore abbandona esplicitamente il libertarismo. Sul rapporto tra anarchici e minarchici cfr. Aeon J. Skoble, The Anarchism Controversy, in Tibor R. Machan-Douglas B. Rasmussen (eds), Liberty for the Twenty-First Century. Contemporary Libertarian Thought, Lanham, Rowman & Littlefield, 1995, pp. 77-96. Tibor R.
Machan, Anarchism and Minarchism: A Rapprochement, «Journal des Économistes et des Études Humaines», XII (2002), n. 4, pp. 569-588.
(20) Cfr. The Ethics of Liberty cit.; trad. it. L’etica della libertà cit. cui Luigi Marco Bassani ha premesso un pregevole saggio introduttivo, L’anarco-capitalismo di Murray Newton Rothbard, pp. XI-XLIII. Su Rothbard cfr. Walter Block-Llewellyn H. Rockwell, Jr. (eds), Man, Economy, and Liberty: Essays in Honor of Murray N. Rothbard, Auburn, Ludwig von Mises Institute, 1988. N.P. Barry, Rothbard: Liberty, Economy, and State, «Journal des Economistes et des Etudes Humaines», 6 (1995), n. 1, pp. 105-119. Justin Raimondo, An Enemy of the State: The Life of Murray N. Rothbard, Amherst, Prometheus Books, 2000.
(21) Cfr. Rothbard, Nations by Consent: Decomposing the Nation-State, «Journal of Libertarian Studies», 11 (1994), n. 1, pp. 1-10; trad. it. Nazioni per consenso: decomporre lo Stato nazionale, in Ernest Renan-Murray N. Rothbard, Nazione, cos’è, a cura di N. Iannello e C. Lottieri, Treviglio, Leonardo Facco Editore, 1996, pp. 44-53. L’unico studio italiano sull’argomento è Guglielmo Piombini, La città privata. Casi di federalismo radicale, «Federalismo & Società», III (1996), n. 2, pp. 191-215.
(22) Hans-Hermann Hoppe, Handeln und Erkennen, Bern, Lang, 1976; Kritik der kausalwissenschaftlichen Sozialforschung, Opladen, Westdeutscher Verlag, 1983; Eigentum, Anarchie und Staat, Opladen, Westdeutscher Verlag, 1987; A Theory of Socialism and Capitalism. Economics, Politics and Ethics, Boston, Kluwer, 1989; Fallacies of the Public Goods Theory and the Production of Security, «Journal of Libertarian Studies», 9 (1989), n. 1, pp. 27-46; The Economics and Ethics of Private Property: Studies in Political Economy and Philosophy, Boston, Kluwer, 1993; The Impossibility of Limited Government and the Prospects for a Second American Revolution, in John Denson (ed.), Reassessing the Presidency. The Rise of the Executive
State and the Decline of Freedom, Auburn, Ludwig von Mises Institute, 2001, pp. 667-696; trad. it. Sull’impossibilità dello Stato minimo e le prospettive per la rivoluzione, in Enrico Colombatto, Alberto Mingardi (a cura di), Il coraggio della libertà. Saggi in onore di Sergio Ricossa , Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002, pp. 255-283; Natural Order, the State, and the Immigration Problem, «Journal of Libertarian Studies», 16 (2002), n. 1, pp. 75-97; trad. it. L’ordine naturale, lo Stato e il problema dell’immigrazione, «Federalismo & Libertà», VIII (2001), n. 1-2, pp. 211-225; Hoppe (ed.), The Myth of National Defense. Essays on the Theory and History of Security Production, Auburn, Ludwig von Mises Institute, 2003. Cfr. Lottieri, Il pensiero politico di Hans-Hermann Hoppe tra diritti individuali e strategie libertarie, in Hoppe, Abbasso la democrazia. L’etica libertaria e la crisi dello stato, a cura di Lottieri, Treviglio, Leonardo Facco Editore, 2000, pp. 13-25.
(23) Hoppe, Time Preference, Government, and the Process of Decivilization – from Monarchy to Democracy, «Journal des Économistes et des Études Humaines», V (1994), n. 2-3, pp. 319-351; The Political Economy of Monarchy and Democracy, and the Idea of a Natural Order, «Journal of Libertarian Studies», 11 (1995), n. 2, pp. 94-121; trad. it. L’economia politica della monarchia e della democrazia, e l’idea di un
ordine naturale, «Federalismo & Libertà», VI (1999), n. 5-6, pp. 269-297; Abbasso la democrazia cit.; Democracy: The God That Failed, New Brunswick, Transaction, 2001; trad. it. Democrazia, il dio che ha fallito, Macerata, Liberilibri, in corso di pubblicazione.
(24) Cfr. Robert LeFevre, The Fundamentals of Liberty, Santa Ana, Rampart Institute, 1988. Cfr. anche The Philosophy of Ownership, Orange, Pine Tree Press, 1985.
(25) Walter Block, Defending the Undefendable (1976), San Francisco, Fox & Wilkes, 1991; trad. it. Difendere l’indifendibile, Macerata, Liberilibri, 1993.
(26) Cfr. Block Libertarianism and libertinism , «Journal of Libertarian Studies», 11 (1994), n. 1, pp. 117-128, inserito come Postfazione alla trad. it. di Difendere l’indifendibile cit., pp. 229-251.
(27) Cfr. The Irrepressible Rothbard. The Rothbard-Rockwell Report. Essays of Murray Rothbard, Edited with an Introduction by Llewellyn H. Rockwell, Jr., Burlingame, The Center for Libertarian Studies, 2000.
(28) Cfr. Jeffrey Friedman, Postmodernism vs. Postlibertarianism , «Critical Review», 5 (1991), n. 2, pp. 145-158; Richard Cornuelle, The Power and Poverty of Libertarian Thought, «Critical Review», 6 (1992), n. 1, pp. 1-10; Jan Narveson, Libertarianism, Postlibertarianism, and the Welfare State: Reply to Friedman, ivi, pp. 45-82; Antony Flew, Dissent from “The New Consensus”: Reply to Friedman, ivi, pp. 83-96; Tibor R. Machan, The Right to Private Property: Reply to Friedman, ivi, pp. 97-106; Donald N. McCloskey, Minimal Statism and Metamodernism: Reply to Friedman, ivi, pp. 107-112; Jeffrey Friedman, After Libertarianism: Rejoinder to Narveson, McCloskey, Flew, and Machan, ivi, pp. 113-152; Alec Nove, Questions for Postlibertarians: Reply to Friedman, «Critical Review», 6 (1992), n. 4, pp. 601-603; Friedman, Postlibertarianism Is Not Libertarianism: Rejoinder to Nove, ivi, pp. 605-609; W. William Woolsey, Libertarianism: Mainstream, Radical, and Post, «Critical Review», 8 (1994), n. 1, pp. 73-84; David L. Brooks, The Problems of Postlibertarianism: Reply to Friedman, ivi, pp. 85 94; Raphael Sassower-Joseph Agassi, Avoiding the Posts: Reply to Friedman, ivi, pp. 95-111; Ingrid Harris, “Instincts into Sacred Cows”: Are Hermeneutical Universals Reducible to Agreement? Reply to Friedman, ivi, pp. 113-136; Friedman, Truth and Liberation: Rejoinder to Brooks, Sassower and Agassi, and Harris, ivi, pp. 137-157.
(29) Cfr. Henri Arvon, Les libertariens américains. De l’anarchisme individualiste à l’anarcho-capitalisme, Paris, Presses Universitaires de France, 1983; Pierre Lemieux, Du libéralisme à l’anarcho-capitalisme, Paris, Presses Universitaires de France, 1983; Id., L’anarcho-capitalisme, Paris, Presses Universitaires de France, 1988; Jan Narveson, The Libertarian Idea, Philadelphia, Temple University Press, 1988.
(30) Cfr. Thomas Nagel, Libertarianism Without Foundations, in J. Paul (ed.), Reading Nozick cit., pp. 191-205. Stephen L. Newman, Liberalism at Wits’ End: The Libertarian Revolt Against the Modern State, Ithaca-London, Cornell University Press, 1984. Philippe van Parijs, Qu’est-ce qu’une société juste? Introduction à la pratique de la philosophie politique, Paris, Seuil, 1991; trad. it. Che cos’è una società giusta?, Firenze, Ponte alle Grazie, 1995. Alan Haworth, Anti-libertarianism. Markets, Philosophy and Myth, London and New York, Routledge, 1994.
(31) Cfr. Randy E. Barnett, Pursuing Justice in a Free Society: Part One–Power vs. Liberty, «Criminal Justice Ethics», 4 (Summer/Fall 1985), n. 2, pp. 50-72; Pursuing Justice in a Free Society: Part Two–Crime Prevention and the Legal Order, «Criminal Justice Ethics», 5 (Winter/Spring 1986), n. 1, pp. 30-54; The Structure of Liberty. Justice and the Rule of Law, Oxford, Clarendon Press, 1998. Bruce L. Benson, The Enterprise of Law. Justice without the State, San Francisco, Pacific Research Institute
for Public Policy, 1990; Id., To Serve and Protect: Privatization and Community in Criminal Justice, New York, New York University Press, 1998.
(32) Cfr. Tibor R. Machan-Douglas B. Rasmussen (eds), Liberty for the Twenty-First Century. Contemporary Libertarian Thought cit..
(33) Cfr. John T. Sanders-Jan Narveson (eds), For and Against the State. New Philosophical Readings, Rowman & Littlefield, Lanham-London, 1996.
(34) Cfr. Lansing Pollock, The Free Society, Boulder, Westview Press, 1996.
(35) Anthony de Jasay, The State, Oxford, Blackwell, 1985; Id., Social Contract, Free Ride: A Study of the Public Goods Problem, Oxford, Oxford University Press, 1989; Id., Choice, Consent, Contract: A Restatement of Liberalism, London, Institue of Economic Affairs, 1991; Id., Against Politics. On Government, Anarchy, and Order, London-New York, Routledge, 1998.
(36) Cfr. David Boaz, Libertarianism. A Primer, New York, The Free Press, 1997; Id. (ed.), The Libertarian Reader. Classic and Contemporary Readings from Lao-tzu to Milton Friedman, New York, The Free Press, 1997. J.A. Dorn, The Future of Money in the Information Age, Washington, Cato Institute, 1997; trad. it. Il futuro della moneta, Milano, Feltrinelli, 1998. Charles Murray, What It Means to Be a Libertarian, New York, Broadway Books, 1997.
(37) Cfr. «Claustrøføbia. La rivista che rompe il cerchio», cinque numeri usciti tra il 1978 e il 1979; su questa rivista cfr. F.M. Nicosia, Libertarismo italiano, non solo Re Nudo, «Ideazione», III (1996), n. 5, pp. 126-137.
(38) Cfr. Riccardo La Conca, Democrazia, mercato e concorrenza, Milano, SugarCo, 1988.
(39) Cfr. G. Piombini, Per l’anarco-capitalismo, e la replica di Pietro Adamo,
Capitalismo, mercato e anarchia, «A-Rivista anarchica», maggio 1995, n. 218, pp. 17-20 e 21-26. Il dibattito è poi proseguito sui numeri seguenti della rivista.
(40) Cfr. Marzio Zanantoni, Anarchismo, Milano, Editrice Bibliografica, 1996, p. 86.
(41) Cfr. L.M. Bassani, Albert Jay Nock e i libertari americani: i “fedeli attardati della grande tradizione”, introduzione a Albert Jay Nock, Il nostro Nemico, lo Stato, Macerata, Liberilibri, 1994, pp. IX-XXXIX; Id., Thomas Jefferson: alle radici del radicalismo democratico e libertario americano, introduzione a Contro lo Stato nazionale. Federalismo e democrazia in Thomas Jefferson, a cura di Bassani, Bologna, Il Fenicottero, 1995, pp. 15-56. Raimondo Cubeddu, Atlante del liberalismo, Roma, Ideazione, 1997. C. Lottieri, Il pensiero libertario contemporaneo, Macerata, Liberilibri, 2000; Id., Gli individui di fronte al diritto e allo Stato: le ragioni del libertarismo e di Murray N. Rothbard, in Enrico Diciotti, Carlo Lottieri, Il libertarismo di Murray N. Rothbard. Un confronto, Siena, Dipartimento di Scienze storiche,
giuridiche, politiche e sociali, 2002, pp. 103-207.
(42) “Tutto il potere al singolo”, «Ideazione», III (1996), n. 5, pp. 105-153, con scritti di R. Cubeddu, C. Lottieri, F.M. Nicosia, G. Berti; la sezione si chiude con una mini-antologia rothbardiana a cura di R.A. Modugno, Per l’individuo, contro il Leviatano. “Murray N. Rothbard. Un’idea di libertà ‘politicamente scorretta’”, «Ideazione», X (2003), n. 1, pp. 181-226, con scritti di N. Iannello, C. Lottieri, J.R. Stromberg, e la versione italiana di Rothbard, Perché essere libertari?.
(43) “Gli anarco-capitalisti o dell’egoismo virtuoso”, a cura di Giancristiano Desiderio e Marco Respinti, «Percorsi», II (1998), n. 1, pp. 39-48; “Anatomia degli anarco-capitalisti”, «Percorsi», IV (2000), n. 29, pp. 21-35, con scritti di A. Di Lello, C. Lottieri, G. Desiderio, P. Di Muccio, A. Canovari, M. Finazzer Flory, M. Respinti.
(44) Cfr. «élites», III (1999), n. 1, con scritti di M.N. Rothbard, N. Iannello, F.A. Hayek, A. Rand, I.M. Kirzner, P. Salin, C. Lottieri, A. Mingardi, F. Cormino, E. Racca, A. Canovari.
(45) Cfr. Sergio Ricossa, Da liberale a libertario. Cronache di una conversione, a cura di Alberto Mingardi, Treviglio, Leonardo Facco Editore, 1999. Enrico Colombatto, Alberto Mingardi (a cura di), Il coraggio della libertà. Saggi in onore di Sergio Ricossa cit.. AA.VV., a cura del CIDAS, L’insopportabile peso dello stato, Treviglio, Leonardo Facco Editore, 2000. C. Lottieri-G. Piombini, Privatizziamo il chiaro di luna! Le ragioni dell’ecologia di mercato, Treviglio, Leonardo Facco Editore, 1996. F.M. Nicosia, Il diritto di essere liberi. Per una teoria libertaria della secessione, della proprietà e dell’ordine giuridico cit.. G. Piombini, La proprietà è sacra, Bologna, Il
Fenicottero, 2001. Alberto Mingardi, a cura di, Le ragioni del non voto, Viterbo, Stampa Alternativa, 1999; Id., Estremisti della libertà. Dialoghi sul libertarismo nell’epoca di Internet, Prefazione di Sergio Ricossa, Treviglio, Leonardo Facco Editore, 1999; Id., 1999 fuga dallo stato. Il “pensiero forte” nell’epoca di Internet, Treviglio, Leonardo Facco Editore, 2000. Paolo Zanotto, Il movimento libertario americano dagli anni sessanta ad oggi: radici storico-dottrinali e discriminanti ideologico-politiche, Siena, Univeristà di Siena, 2001. Roberta Modugno, Murray N. Rothbard e la teoria anarco-capitalista, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1997. David Gordon, Roberta A. Modugno Crocetta, Individualismo metodologico: dalla Scuola austriaca all’anarco-capitalismo, Roma, Luiss Edizioni, 2001. Stefania Mazzone, Stato e anarchia. Il pensiero politico del libertarismo americano: Murray Newton Rothbard, Milano, Giuffrè, 2000.
(46) Bruno Leoni, Freedom and the Law (1961), Expanded third edition, Indianapolis, Liberty Fund, 1991; trad. it. La libertà e la legge, Macerata, Liberilibri, 1995; Id., Le pretese e i poteri: le radici individuali del diritto e della politica, a cura di Mario Stoppino, Milano, Società Aperta, 1997; Id. La sovranità del consumatore, Roma, Ideazione, 1997; Id., Lezioni di filosofia del diritto, a cura di C. Lottieri, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003; Id. Lezioni di dottrina dello Stato, a cura di Raffaele De Mucci e Lorenzo Infantino, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004; Id., La libertà del lavoro. Scritti su concorrenza, sciopero e serrata, a cura di C. Lottieri, Prefazione di S. Ricossa, Treviglio-Soveria Mannelli, Facco-Rubbettino, 2004.
(47) Cfr. Trenchard e Gordon, Cato’s Letters. Antologia, a cura di C. Lottieri, Macerata, Liberilibri, 1997. Edmund Burke, A Vindication of Natural Society: or, A View of the Miseries and Evils arising to Mankind from every Species of Artificial Society (1757 2 ), Indianapolis, Liberty Fund, 1982; trad. it. Difesa della società naturale, Macerata, Liberilibri, 1993. Contro lo statalismo. Bastiat, de Molinari, a cura di C. Lottieri, Macerata, Liberilibri, 1994. Frédéric Bastiat, Il potere delle illusioni, a cura di A. Falato, Napoli, Guida, 1998; Id., La Legge, Treviglio, Leonardo Facco Editore, 2001. Lysander Spooner, No Treason (1867, 1870); Vices are not Crimes. A Vindication of Moral Liberty (1875); Natural Law (1882), in The Lysander Spooner Reader, With an Introduction by George H. Smith, San Francisco, Fox & Wilkes, 1992; trad. it. Nessun tradimento; I vizi non sono crimini. Una rivendicazione della libertà morale; Legge di natura, in I vizi non sono crimini, Macerata, Liberilibri, 1998. Alberto Mingardi-Guglielmo Piombini, a cura di, Copia pure. Il diritto di copiare nei saggi dell’anarchico Benjamin Tucker, Viterbo, Stampa Alternativa, 2000. Alberto Mingardi-Guglielmo Piombini, a cura di, Anarchici senza bombe. Il nuovo pensiero libertario, Viterbo, Stampa Alternativa, 2001. N. Iannello, a cura di, La società senza
stato. I fondatori del pensiero libertario, Treviglio-Soveria Mannelli, Facco-Rubbettino, 2004.
(48) Cfr. Domenico Settembrini, Il labirinto rivoluzionario, Milano, Rizzoli, 1979, vol. 2, specialmente cap. IV, “Nel solco della rivoluzione liberale: l’anarco-capitalismo”, pp. 353-388, con brani di Rand, La Conca, Rothbard, Tannehill, D. Friedman, Tuccille.
(49) Cfr. Mauro Barberis, Libertà, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 124-129. Dello stesso autore cfr. il bizzarro Sognando California. Quasi una prefazione, in F.M. Nicosia, Il sovrano occulto, Milano, Angeli, 2000, pp. 11-13, dove Barberis prende di mira la “miseria” dell’anarco-capitalismo italiano con umorismo da avanspettacolo.
(50) Pier Paolo Portinaro, Profilo del liberalismo, in Benjamin Constant, La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni, a cura di Giovanni Paoletti, Torino, Einaudi, 2001, pp. 146-147 e 152-153. Enrico Diciotti, Il capitalismo libertario (e illiberale) di Murray N. Rothbard, «Ragion pratica», 15 (2000), pp. 197-239; Id., La religione della proprietà: una critica del libertarismo di Murray N. Rothbard, in Diciotti, Lottieri, Il libertarismo di Murray N. Rothbard. Un confronto cit., pp. 7-101.

Nobiltà Irpina
20-01-2008, 18.26.37
Economia Marginalista

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Il marginalismo è una corrente di pensiero sviluppatasi in ambito economico tra il 1870 e 1890.
La metodologia marginalista è quella che ancora oggi esercita maggiore influenza (rispetto a quella classica e marxista).
Con il marginalismo si assiste ad un'evoluzione fondamentale, in particolar modo nell'ambito della teoria del valore: in sostanza nell'impostazione classica e marxista, ad esempio, è la quantità di lavoro che definisce il valore di un prodotto; invece in base all'impostazione marginalista è il valore del prodotto che definisce il valore dei fattori produttivi, tra cui il lavoro; Carl Menger in tale ambito introdurrà un principio di imputazione indiretto che rappresenta un primo passo per la teoria della remunerazione dei fattori produttivi in base alla loro produttività marginale.
La teoria del valore sostenuta dai marginalisti è fondata su fattori esclusivamente soggettivi, basati su calcoli di convenienza dei singoli individui: il valore di un prodotto è definito sulla base "dell'importanza che il consumatore attribuisce al prodotto stesso".
La metodologia marginalista, a differenza di quella classica che ritiene fondamentale lo studio della crescita, incentra la sua analisi sull'equilibrio e sulla ricerca di metologie di allocazione delle risorse in modo efficiente.
Grazie alla maggior professionalizzazione rappresentata dalla scuola marginalista, e grazie all'adozione di strumenti matematici come il calcolo infinitesimale, fu possibile definire in modo accurato e formale il concetto di utilità marginale, concetto cardine della teoria marginalista.
Il consumatore è una sorta di assetato per il quale i primi sorsi d'acqua presentano una utilità maggiore di quella dei successivi, per cui l'indice di intensità del bisogno riduce i margini finché si arriva allo zero, alla cessazione del bisogno pienamente soddisfatto.
In relazione al concetto di utilità marginale bisogna sottolineare come i primi marginalisti interpretassero tale misura in termini cardinali; alla luce di questo, era possibile compiere confronti interpersonali, tuttavia, ben presto l'approccio cardinalista lasciò spazio a quello ordinalista, il passaggio alla seconda impostazione si deve in particolar modo a Vilfredo Pareto, ma già prima di Pareto alcuni economisti marginalisti compresero l'errore della considerazione dell'utilità marginale come misura cardinale, tra questi Carl Menger, Léon Walras, Alfred Marshall.
La scuola marginalista, inizialmente, fu ostacolata: William Jevons dovette "fronteggiare" la scuola classica, mentre, ad esempio, Menger dovette "fare i conti" con l'impostazione della scuola storica tedesca, la quale criticava radicalmente l'approccio logico-deduttivo, proprio dei marginalisti.
Ben presto ci si rese conto che un approccio eccessivamente relativista non era idoneo a spiegare i fenomeni, basti pensare alla scuola storica tedesca, e il marginalismo fu accettato e si diffuse notevolmente, anche in quanto espressione della professionalizzazione della disciplina economica.

Nobiltà Irpina
20-01-2008, 18.31.00
Ron Paul e la Scuola Austriaca

Il Sole 24 Ore - 9 Dicembre 2007

Ron Paul, il candidato che vuole abolire la Fed
di Riccardo Sorrentino


Attento, Bernanke... C'è una legge per abolire la Federal Reserve che giace al Congresso, e non l'ha presentata un deputato qualunque. Ron Paul non ha solo una lunga storia personale alle spalle, ma è anche un candidato alle primarie per le presidenziali Usa con il partito repubblicano; e oggi è primo nei sondaggi tra i delegati - gli straw polls - nei caucuses di Alabama, California, Georgia, Maryland, Missouri, Nevada, New Hampshire, New Jersey, New York (davanti a Giuliani), North Carolina, Oklahoma, Oregon, Pennsylvania, Washington e nel seggio per gli stranieri.L'HR2755...Il suo disegno di legge, l'HR2755, è molto semplice: «Entro un anno dalla data di approvazione di questa legge, il Board dei governatori della Federal reserve System, e ogni banca della Federal reserve sarà abolita». Alla fine dello stesso periodo, concesso per risolvere il problema dei dipendenti - da licenziare - e degli assets della Banca centrale - da cedere al Tesoro - sarà abrogato il Federal Reserve Act, la legge che regola l'autorità monetaria....

E LA COSTITUZIONE

Il motivo? La Costituzione americana, innanzitutto, di cui Paul vuole il rispetto assoluto, totale; e la Carta fondamentale (all'articolo uno sezione otto) prevede che sia il Congresso a «coniare moneta e regolarne il valore». Per Paul è un messaggio chiaro. «La moneta di valore reale, l'oro o l'argento, era chiaramente preferita dai Padri Fondatori, come mostrano i loro scritti e la Costituzione. La loro avversione per la cartamoneta nasceva dalla loro esperienza con i Continental (durante la rivoluzione, ndr) e la cartamoneta non convertibile coloniale».

UN CUORE LIBERTARIO

Non è però, per Ron Paul, una semplice questione di legittimità formale. Medico antiabortista, il candidato è anche un pacifista e un libertario - nemico quindi della legislazione di Bush contro il terrorismo - e un liberista, favorevole quindi alla libera vendita della droga. L'abolizione della banca centrale, per lui, è solo un primo passo. «Che sia la Federal reserve, il Congresso o i banchieri (attraverso il moltiplicatore dei depositi, ndr) a controllare il sistema monetario - ha scritto - non fa differenza. Tutti inevitabilmente fanno abusi, ed è per questo che noi abbiamo bisogno di una moneta controllata solo dal popolo. L'unica alternativa, morale, costituzionale ed economicamente produttiva è il gold standard con monete convertibili al 100%, che mette i cittadini al potere».

TRA ROTHBARD E MISES

Qualcuno lo definisce un anarcocapitalista, e il ritratto del caposcuola Murray Rothbard è appeso nel suo ufficio, ma la sua storia e i suoi programmi non confermano questa definizione. È un seguace, comunque, della scuola austriaca che trova in Ludwig von Mises (maestro di Friedrich von Hayek) il suo caposcuola negli Stati Uniti.

UN NO ALLA FIAT MONEY

Ron Paul vuole quindi che sia il mercato a definire i tassi di interesse, e crede che solo l'argento e l'oro - insieme alla moneta d'oro elettronica - possano essere usati come denaro. È nemico quindi della moneta emessa dalle Banche centrali (e dalle banche commerciali attraverso le riserve parziali) senza un sostegno reale.

QUANDO MORÌ IL DOLLARO

Le sue idee potrebbero essere condivise anche da un radicale di sinistra. «Quando Nixon dichiarò che i possessori stranieri di dollari non potevano più scambiarli con l'oro - ha scritto - il gold exchange standard giunse a una miserevole fine. Questa ha reso possibile l'inflazione che ha finanziato la guerra in Vietnam e la Grande società, insieme a massicci cattivi investimenti aziendali. Il peggio, però doveva ancora venire. Il dollaro morì quel 15 agosto 1971, e dopo quella data, non ha un valore indipendente per nessuno. Le nuove regole, con il dollaro che è semplicemente una moneta fiduciaria, furono accompagnate da un'inflazione anche maggiore e da turbolenze economiche, e hanno creato le condizioni per una totale perdita di fiducia nel dollaro».

LA SCUOLA AUSTRIACA

Non sono idee originali. Tutti gli economisti della scuola austriaca hanno un'idea eterodossa dei cicli economici, secondo loro causati da un eccesso di liquidità che altera il valore dei beni lanciando segnali sbagliati agli operatori economici e soprattutto agli imprenditori che fanno investimenti. L'inflazione non è quindi l'aumento generalizzato dei prezzi - l'indice è una media, poco significativa - ma il fatto stesso che troppa moneta sia in circolazione: i prezzi si muovono solo lentamente, un bene dopo l'altro - l'effetto Cantillon - partendo dalle azioni e degli immobili.

INVESTIMENTI SBAGLIATI

La scelta politica di iniettare troppa moneta - rispetto al livello di risparmio del sistema - crea quindi recessioni, perché gli investimenti sono effettuati sulla base di segnali (di prezzo) sbagliati e incoerenti. Se si tenta di evitare le crisi immettendo altra moneta, spiega la scuola, si ha come effetto solo il rinvio della recessione, che però diventa più grave. Prima o poi il disallineamento - per semplificare - tra valori reali e valori monetari - esplode.

ATTRAVERSO OCCHI AUSTRIACI

Poco a suo agio con il linguaggio matematico, incurante della nozione stessa di equilibrio, fortemente individualista (nella tradizione di Carl Menger) e forse eccessivamente liberista, la scuola austriaca per quanto piena di spunti interessanti appare a molti ormai rigida e soprattutto sterile, incapace di proporre qualcosa di nuovo; ma ha avuto qualcosa da dire in questi ultimi anni in cui il mondo è stato inondato di liquidità. Due anni fa, a giugno, l'allora capo economista della Lehman Brothers, John Llewellyn, si richiamò agli insegnamenti della scuola, sia pure in modo "pragmatico, in una sua nota («Through Austrian eyes»). «A marzo - scriveva - abbiamo dato, a una crisi Usa legata al deficit corrente con l'estero tra dodici mesi, una probabilità del 20% che passa al 45% nei prossimi tre anni. Ora bisogna aggiungere le probabilità dei problemi sul mercato immobiliare, e aumentiamo la nostra valutazione di un "incidente" al 20% nei dodici mesi e al 50% entro tre anni». Suona familiare?

LUPO-CARPIGIANO
20-01-2008, 20.53.58
scusami ma mi so' fermato alla terza riga.:azz:..ma quanto roba hai messo??:eh?:

il direttore
20-01-2008, 23.07.56
A me 'ste cose non mi piacciono: troppo di destra.
Allora preferisco il Regno (letterario) di Redonda, arido scoglio dei Caraibi, da sempre disabitato, che ha per Re lo scrittore spagnolo Javier Marìas, e che annovera nella sua aristocrazia, nominata dallo stesso Re, personaggi come Pedro Almodovar, John Coetzee, Arturo Perez-Reverte e altri.
Insomma, è un regno che esiste per la letteratura, e non per i traffici off shore.

Nobiltà Irpina
25-01-2008, 07.34.18
A me 'ste cose non mi piacciono: troppo di destra.
Allora preferisco il Regno (letterario) di Redonda, arido scoglio dei Caraibi, da sempre disabitato, che ha per Re lo scrittore spagnolo Javier Marìas, e che annovera nella sua aristocrazia, nominata dallo stesso Re, personaggi come Pedro Almodovar, John Coetzee, Arturo Perez-Reverte e altri.
Insomma, è un regno che esiste per la letteratura, e non per i traffici off shore.


Il pensiero libertario e l'economia marginalista non sono di destra ne possono classificarsi in quella che noi conosciamo come sinistra.
Semplificare un naturalismo economico in "categoria destrorsa" è quanto mai errato.
E' pur vero che, molti pensatori liberal e libertari ,negli States sono organici ai NeoCon ed ai TeoCon.
Ma come potrebbero schierarsi i libertari, con il fiscalismo estremo di certi "sinistri" burocrati?

Nobiltà Irpina
25-01-2008, 07.34.52
Dimenticavo...porta i saluti a Romano Prodi.

Paolo79
25-01-2008, 08.26.43
E' pur vero che, molti pensatori liberal e libertari ,negli States sono organici ai NeoCon ed ai TeoCon.


Io sarei per il Due Con...:


http://www.casa80.it/Immagini/abbagnale2.jpg

il direttore
25-01-2008, 17.10.05
Dimenticavo...porta i saluti a Romano Prodi.

Salutamio Dini, se preferisci.
W le tasse!

Nobiltà Irpina
26-01-2008, 05.11.52
Le tasse sono la quota che il cittadino paga per far funzionare i servizi che garantiscono le istituzioni democratiche, importante che siano giuste.
Tra lui e lei scegliere non saprei, diciamo che vedrei Veltroni, bene.

Nobiltà Irpina
15-09-2009, 06.33.23
« Io definisco una società anarchica come una società dove non sia legalmente possibile aggredire coercitivamente persone o proprietà. »
(Society without state, Murray N. Rothbard, 1975)


Murray Newton Rothbard (New York, 2 marzo 1926 – New York, 7 gennaio 1995) è stato un economista statunitense, esponente di spicco della scuola austriaca, filosofo politico anarco-capitalista, storico e teorico giusnaturalista. Filosofo principale dell'anarco-capitalismo, del quale è l'inventore, ha combattuto con teorie molto dettagliate ed esemplificazioni ogni entità statale, proponendo a più riprese la nascita spontanea di ordini policentrici basati sulla proprietà privata e il libero mercato.

Figlio di due ebrei dell'Europa orientale, David e Rae Rothbard, cresciuto nel quartiere newyorkese Bronx (diceva spesso di essere cresciuto in un ambiente culturale comunista), è stato il maggior interprete della teoria libertaria e dell'anarco-capitalismo. Laureato in matematica (1945) e storia economica (1956) alla Columbia University, è stato allievo di Ludwig von Mises alla New York University. Si sposò a New York il 16 febbraio 1953 con Jo Ann Schumacher.

Nella fine degli anni '50 conobbe Ayn Rand, altra importante figura del libertarismo newyorkese, con la quale ebbe una collaborazione dalla quale nacque la pubblicazione "Mozart was a red". Tra il 1965 e il 1968 fu a capo della rivista libertaria "Left and Right: A Journal of Libertarian Thought". Dal 1966 ha insegnato matematica al Brooklyn Polytechnic Institute. Nel 1969 fondò la rivista libertaria "The libertarian Forum" che venne pubblicata fino al 1984 e infine nel 1977 fondò la sua rivista di maggior successo, "Journal of Libertarian Studies", della quale fu editore fino alla sua morte, nel 1995, dal 1986 è stato chiamato a ricoprire la carica di Distinguished Professor di economia presso l'Università del Nevada a Las Vegas.

Murray Rothbard raffigurato su una medagliaTra gli anni '70 e gli anni '80 ha avuto un ruolo fondamentale nella creazione del Libertarian Party americano, appoggiò nel 1980 la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti di Ed Clark; nel 1977 sostenne Edward H Crane III nella creazione del Cato Institute, una delle più importanti associazioni libertarie del mondo, è stato vicepresidente del Ludwig von Mises Institute, cofondatore del Center for Libertarian Studies, redattore della "Rewiev of Austrian Economics", ha scritto molte opere fondamentali del liberalismo classico e del libertarismo novecenteschi. Morì a New York per infarto del miocardio, lasciando la moglie JoAnn Schumacher.

Tra i suoi lavori maggiori: Man, Economy and State (1962), Power and Market (1970), For A New Liberty (1973), The Ethics of Liberty (1982), Economic Thought before Adam Smith (1994) e Classical Economics (1995). La sua bibliografia spazia dalla teoria economica al diritto, dalla filosofia politica alla storia, dalla scienza politica alla metodologia delle scienze sociali.

Certamente non bisogna scordare i libri storici che hanno trattato soprattutto di storia economica, ma anche della Rivoluzione americana, rivoluzione trattata lungamente nell'opera divisa in quattro volumi denominata Conceived in Liberty.

La scuola austriaca nacque nel 1871, quando Carl Menger pubblicò Principles of economics. La scuola economica austriaca ha un approccio empirico e sostiene che l'unica teoria economica valida debba derivare logicamente dai principi basilari dell'azione umana, da qui deriva anche la sua adesione all'individualismo metodologico. Proprio da questo sistema logico a priori ed empirico, chiamato dagli econimisti austriaci prasseologia, nacquero una serie di assiomi, tra i quali i più importanti sono:

Gli atti umani sono decisi
L'uomo preferisce il tanto al poco
L'uomo preferisce ricevere troppo presto che tardi
Ogni parte cerca benifici per se stessa ex ante
Il più grande nemico per la scuola austriaca è certamente il socialismo, nonché l'intervento statale nell'economia.

Eugen von Böhm-Bawerk, un collega di Menger, fu tra i primi a pubblicare apertamente profonde critiche al socialismo, nel suo trattato The Exploitation Theory of Socialism-Communism. Successivamente fu Friedrich Hayek a criticare aspramente ogni socialismo, nella sua pubblicazione del 1944, The Road to Serfdom.

Ludwig von MisesUn altro autore molto importante della scuola austriaca è certamente Ludwig von Mises, che con la sua pubblicazione fondamentale, Human Action, pubblicata nel 1949 e poi rivisitata quattro volte, ha espresso chiaramente tutto il pensiero dela scuola austriaca, partendo dalla prasseologia.

Rothbard, che fu studente di Mises, fu il primo è il più influente filosofo ad unire i concetti della scuola austriaca al classical liberalism e alla tradizione anarchica individualista americana, creando l'anarco-capitalismo e introducendo per la prima volta il termine libertarian[1][2] riferito positivamente al capitalismo.

Rothbard era un economista molto preparato, ma era anche uno storico e un filosofo. Da giovane si considerava appartenente alla Old Right, ossia a quella corrente politica molto critica nei confronti del New Deal e della politica estera interventista americana.

Quando questo interventismo aumentò anche nel Partito Repubblicano, creò un gruppo pacifista con tendenza a sinistra, tendenze poi abbandonate dallo stesso Rothbard, che ben presto divenne sostenitore del Libertarian Party.

Proprio Rothbard fu il primo autore a dividere l'intervento statale in economia in tre tipi:

Autistic intervention (intervento autista)
Binary intervention (intervento binario)
Triangular intervention (intervento triangolare)


Si può quindi certamente considerare l'autore americano come uno dei più influenti e importanti esponenti della scuola austriaca.

« Capitalismo è la piena espressione di anarchismo e anarchismo è la piena espressione di capitalismo.»
(Murray N. Rothbard)




Murray Rothbard è certamente da considerare il più importante esponente, nonché capostipite, dell'anarco-capitalismo.

Partendo dagli insegnamenti del suo più importante maestro, Ludwig von Mises, soprattutto dal capolavoro dell'economista austriaco, "Human Action", ha costruito una tesi, a detta dei libertari l'unica tesi realizzabile, che prevede l'eliminazione dell'istituzione stato, intrensicamente violenta secondo Rothbard, sostenendo la naturale creazione di ordini policentrici basati sulla proprietà privata.

Copertina de Power and market, 1970L'anarco-capitalismo rothbardiano poggia le sue basi sul principio di non aggressione, su un radicale individualismo, su un libero mercato totalmente svincolato da interventi statali e soprattutto sul giusnaturalismo, in particolar modo di stampo lockiano.

Sicuramente altri autori fondamentali per Rothbard, oltre a quelli già citati della Scuola austriaca, sono due importanti anarco individualisti americani del XIX secolo, Lysander Spooner e Benjamin Tucker[4]. Proprio in merito ai due importanti anarchici americani Rothbard disse:

« Lysander Spooner e Benjamin Tucker furono ineguagliabili filosofi politici e il mondo odierno necessita assolutamente di una riscoperta e di uno sviluppo dell'enorme contributo che essi lasciarono alla filosofia politica...c'è, nella teoria che oggi chiamiamo economia austriaca, la spiegazione della bontà del libero mercato, e del conseguente distorcimento causato ad esso dall'intervento statale, spiegazione che gli anarchici individualisti dovrebbero integrare facilmente nella loro teoria politica e sociale.[5] »


Rothbard pubblicò le basi morali della sua teoria in "For a new liberty" (1972) e in "The etichs of liberty" (1982); per quanto riguarda la pura teoria economica il libro più importante è sicuramente "Power and market" (1970). A detta di molti il libro più completo, la summa del pensiero rothbardiano, è certamente "The etichs of liberty".

In queste opere possiamo trovare il punto più alto del pensiero anarco-capitalista, ossia giustificazioni morali di tale assetto (con conseguente immoralità dello Stato), codice morale che dovrebbe essere la base di tale società, fino all'efficacia del sistema capitalista senza interventi statali, anche in settori ritenuti comunemente monopoli naturali, come giustizia e protezione.

In "The etichs of liberty" Rothbard sostiene il diritto a trattenere il 100% dei propri sforzi e della proprietà, come unico principio compatibile con l'etica universale e il codice libertario[6].

Copertina de Man, Economy and State, edizione 2004Proprio da questa teoria della proprietà, ossia proprietà assoluta del proprio corpo e dei frutti del proprio lavoro intesa come diritto intoccabile, nacque il cosiddetto assioma di non aggressione. Rothbard arrivò a definire le tasse come un furto legalizzato, la coscrizione come la schiavitù moderna e le guerre di Stati come terrorismo, inoltre si oppose a qualsiasi obbligo di cura.

Bisogna anche sottolineare l'esistenza di un'altra visione dell'anarco-capitalismo, una visione utilitaristica, data da David Friedman. Questa visione gradualista, prevede prima l'accettazione da parte dell'intera società del codice legale libertario, successivamente un processo di privatizzazione dei settori controllati dallo Stato, fino ad arrivare alla privatizzazione del diritto, quindi all'abolizione dello Stato stesso (teoria esposta in The machinery of freedom, 1973).

A detta di Rothbard la prima teorizzazione del anarco-capitalismo la possiamo trovare in The Production of Security, opera di Gustave de Molinari, pubblicata nel 1849.

Rothbard criticava aspramente il "delirante nichilismo" dei left libertarian, ma allo stesso tempo criticava i right libertarian che si accontentavano della sola educazione per abbattere lo Stato.

Rothbard riteneva necessario che i libertari, per ottenere la tanto agognata libertà, debbano utilizzare tattiche che non rientrano nella moralità comune, ma certamente di sicuro effetto, ovviamente che non trasgrediscano le norme morali libertarie[7].

Merita certamente un capitolo a parte la teoria "giudiziaria" libertaria, in special modo dal punto di vista rothbardiano.

Partendo dal già citato assioma di non aggressione, Rothbard e il libertarismo ritengono che la punizione per l'aggressore sia la perdita proporzionale di diritti inflitta alla vittima, vediamo cosa implica nella pratica.

Innanzitutto il principio di proporzionalità chiarisce quale sia la massima pena, che non necessariamente sarà quella inflitta. Infatti nella società libertaria vi saranno solo due parti in causa, la vittima e il presunto aggressore, in quanto non esisterebbero reati contro un presunta società, di conseguenza sparirebbero figure come il Procuratore della Repubblica.

In breve si può dire che il principio di proporzionalità deciderebbe la pena sanzionabile massima, sarà poi la vittima o i suoi eredi a decidere la pena da attuare, ovviamente entro i limiti dati, come potrebbe decidere di commutare la pena in un'ammenda.

In pratica la pena non avrebbe scopi di deterrenza o reinserimento come oggi, ma fungerebbe semplicemente da risarcimento.

In merito alla pena di morte Rothbard scrisse:

« Dovrebbe quindi essere chiaro che, secondo il diritto libertario, la pena capitale dovrebbe essere rigorosamente limitata alla punizione dell'omicidio. Infatti un criminale può perdere il proprio diritto alla vita soltanto se ha privato una vittima dello stesso diritto. Non sarebbe ammissibile , quindi, che il negoziante giustiziasse il ladro di caramelle condannato. »
(The Ethics of Liberty, 1982)

Rothbard fu un fervente critico nei confronti dell'importante economista inglese John Maynard Keynes e della sua politica economica che prevede una forte influenza statale.

Un altro autore molto criticato da Rothbard fu il filosofo utilitarista Jeremy Bentham, al quale Rothbard dedicò un'intera pubblicazione: "Jeremy Bentham: The Utilitarian as Big Brother".

Un intero capitolo di "Power and market" venne dedicato da Rothbard al ruolo dell'economista nella vita pubblica. Sottolineò le differenze di funzioni che esistono tra gli economisti in un'economia di mercato libero, e gli economisti in una società caratterizzata da un mercato ostacolato da interventi statali.

Alla domanda "Che ruolo svolge un economista in una società caratterizzata da un libero mercato non ostacolato da interventi statali?", Rothbard rispose così:"L'economista potrà cercare di spiegare i funzionamenti dell'economia di mercato (compito importante, specialmente se rivolto a persone non conoscitrici dell'argomento, le quali considerano il mercato, erroneamente, un caos assoluto), ma non potrà fare altro."

Murray Rothbard fu sicuramente un autore molto eclettico, le sue pubblicazioni spaziano dalla teoria economica, alle teorie sociali fino all'etica, e certamente ebbe molta influenza e molto carisma sui suoi studenti (ovviamente non solo scolastici), i quali oggi sono diventati i maggiori esponenti dell'anarco-capitalismo nel mondo.

Tra essi dobbiamo certamente menzionare Hans-Hermann Hoppe, David Friedman, Lew Rockwell, Justin Raimondo, Walter Block, Samuel Edward Konkin III e l'italiano Carlo Lottieri.

Allo stesso tempo bisogna sottolineare gli autori che ebbero maggiore influenza sulla crescita culturale di Murray Rothbard. Tra questi troviamo da un punto di vista filosofico Aristotele, Tommaso d'Aquino, Laozi e John Locke, i due importanti anarchici individualisti americani Lysander Spooner e Benjamin Tucker, certamente dal punto di vista economico troviamo i liberali francesi del XIX secolo, Gustave de Molinari e Frédéric Bastiat su tutti, per arrivare ai veri e propri maestri di Rothbard, ossia gli economisti austriaci, Carl Menger, Eugen von Böhm-Bawerk e ovviamente Ludwig von Mises.

Nobiltà Irpina
15-09-2009, 06.36.18
Le nuove frontiere dell'Agorismo

L'Agorismo è una filosofia politica anarchica fondata da Samuel Edward Konkin III come soluzione ideale per approdare ad una società dove tutte "le relazioni tra persone siano scambi volontari, un libero mercato"[1]. Il termine deriva dalla parola greca "agorà", la piazza aperta al libero scambio, alle assemblee e al mercato nelle città-stato greche. Ideologicamente questa teoria rappresenta una rivoluzione all'interno del cosiddetto "anarchismo di mercato"[2]. La caratterista fondamentale dell'agorismo, che la distingue da altri filoni anarchici pro-mercato, è la strada che porterà alla nascità della società anarchica. Questa strada viene chiamata counter-economics, e consiste nel passaggio naturale del commercio dai mercati regolamentati e tassati, ai mercati deregolati e non tassati, ovvero i mercati neri e grigi.

Il trattato definito e sommativo del pensiero agorista è New Libertarian Manifesto, pubblicato da Samuel Edward Konkin III nel 1980. Un anticipo del pensiero agorista è possibile trovarlo in Alongside Night di J. Neil Schulman, pubblicato nel 1979. Tale racconto venne ispirato dallo stesso Konkin e dal famoso romanzo di Ayn Rand, Atlas Shrugged.

Gli agoristi sono per un mercato del tutto libero e per il diritto assoluto di proprietà. Considerano il diritto naturale e i diritti di proprietà come naturali conseguenze dell'emancipazione e della sovranità individuale. Di conseguenza l'agorismo viene comunemente (anche se non sempre) considerato una corrente dell'anarco-capitalismo[3]. Gli agoristi considerano le proprie idee come un'evoluzione ed il superamento delle idee di Murray N. Rothbard. Konkin descrisse gli agoristi come "rigorosi rothbardiani...e anzi, più rothbardiani di Rothbard stesso"[4].

Strategicamente gli agoristi difendono e sostengono la counter-economics, ossia l'allargamento progressivo dei mercati neri e grigi.

Gli agoristi si definisco left-libertarian. In accordo con Konkin, fu lo stesso Murray N. Rothbard a definire Konkin e il suo radicale libero mercato "left" (sinistra). Le ragioni di tale scelta nascono dalla volontà degli agoristi di saldare i rapporti con la corrente New Left, di distinguersi dagli altri anarchici di mercato per via della counter-economics, e perché nell'Assemblea Nazionale Francese la sinistra rappresentava per la maggior parte i liberali e coloro favorevoli al libero mercato. Considerando questo scenario, tutti i libertari miniarchici, conservatori e gradualisti sono considerati "right".

J. Neil Schulman, editore della rivista di Konkin New Libertarian, fu il primo ad espletare, nella sua opera intitolata Alongside Night, pubblicata nel 1979 e iniziata nel 1974 (quando era editore di New Libertarian Notes), la filosofia agorista. Durante il loro viaggio dell'agosto 1975 da New York alla California, Konkin e Schulman, abbozzarono il libro che avrebbero pubblicato insieme e che si sarebbe dovuto intitolare CounterEconomics. Quando questo progetto fallì, Schulman tornò al proprio lavoro iniziale, ovvero Alongside Night, che terminò nel 1979, mentre Konikn tornò ad occuparsi del suo magazine, e iniziò la stesura di New Libertarian Manifesto e An Agorist Primer, pubblicati successivamente con la casa editrice KoPubCo di Victor Koman. Prima della sua morte Konkin terminò il suo manoscritto CounterEconomics, pubblicato anch'esso dalla casa editrice di Koman.

In accordo con le teorie di mercato anarchico agorista, Agorist Revolution in a Nutshell:

« L'agorismo è un anarchismo di mercato rivoluzionario.
In una società fondata sul mercato anarchico, diritto e sicurezza saranno forniti da istituzioni libere di mercato, e non da istituzioni politiche. Gli agoristi riconoscono dunque che, tali istituzioni, non potranno svilupparsi attraverso riforme politiche, ma, anzi, attraverso veri processi di mercato.

Quanto il governo sarà più bandito, tanto forte sarà la repressione contro il governo da parte del mercato che fornirà maggiore sicurezza e diritti. Il mercato domanderà tanti servizi di sicurezza quanto sarà grande la sua emergenza. Lo sviluppo di tale domanda arriverà da quei settori dell'economia in continua crescita, ovvero quelli sempre meno sotto il controllo dello Stato (che di conseguenza non permetteranno più allo Stato di avere il monopolio del diritto e della sicurezza). Questo settore dell'economia è la Counter-economics, ovvero l'insieme dei mercati neri e grigi. »

Gli agoristi preferiscono il termine "libero mercato" a "capitalismo", soprattutto per non legarsi alle implicazione che questo termine ha assunto nella storia. I favoritismi dei governi verso determinate società sono visti dagli agoristi come la caratteristica che rende maggiormente illegittimo l'intervento statale in diversi mercati. Le restrizioni dello Stato a favore di determinate aziende, secondo gli agoristi, deformano il mercato, rendendo le suddette imprese meno responsabili e meno capaci. Gli agoristi sostengono che i debiti non delle imprese non possono essere cancellati attraverso un decreto del governo e che ogni manager deve essere responsabile per ogni atto compiuto.

« Le lobby sono creature create dallo Stato, create per avere due privilegi contro le pressioni del mercato. Il primo consiste nella diminuizione per decreto delle responsabilità e dei debiti delle società verso altri e il secondo nello spostamento delle responsabilità dai singoli individui ad entità astratte e finte. Ognuno del gruppo si assume le sue responsabilità, però i debiti sono ben messi al sicuro. »
(Merce Rampart, "Chairman of the Revolutionary Agorist Cadre" in Alongside Night)

Konkin si oppose al concetto di proprietà intellettuale e scrisse un articolo, intitolato "Copywrongs", a supporto di tale tesi[5]. Successivamente Schulman criticò queste tesi di Konkin in "Informational Property: Logorights"[6]. Mentre Konkin si opponeva alle leggi dello Stato in tema di patenti e copyright, in quanto creatrici di monopoli e distorsioni, che fu tra l'altro la stessa posizione assunta da Benjamin Tucker prima di lui, Schulman cercava di dimostrare come ogni invenzione sia logicamente di proprietà esclusiva dell'inventore.

A differenza dei mutualisti, gli agoristi sostengono che non c'è bisogno che una proprietà venga continuamente utilizzata per appartenere al legittimo proprietario.

Gli agoristi tendono ad opporsi rigidamente al voto ed alla partecipazione politica, sostenendo l'impossibilità e l'irrealizzabilità della creazione di una società libera attraverso gli strumenti e i processi politici. La loro azione si dirige prevalentemente su un punto di vista culturale e attivistico.

"Il liberalismo classico è un'utopia irrealizzabile perché basato su una dottrina falsa. Il capitalismo libertario, l'anarchia della proprietà privata e l'anarchia di mercato sono le uniche opzioni compatibili con la natura umana."
Jesús Huerta de Soto

Nobiltà Irpina
15-09-2009, 06.41.07
Resistenza Libertaria:
http://www.youtube.com/watch?v=fzVtn6rZgLs&feature=player_embedded