LupoDentrooo
11-10-2007, 13.56.11
"Tutto d'un pezzo" non lo sono stato mai, neanche nella vita e quelli che credono di esserlo mi fanno anche un po' paura. Ancora di più quelli che non cambiano mai opinione. Capisco quindi che, dinanzi ad un avvio come quello mostrato dalla nostra squadra, ora ci si senta disorientati e si possa risentire, pesantemente, delle tante sconfitte, buon ultima quella di Grosseto che avrebbe, secondo le speranze del tifoso, ma non solo quelle, dovuto rilanciare l'Avellino. Comprendo che ci si interroghi e ci si incammini verso l'elaborazione di un giudizio critico, complessivo e verso il singolo protagonista. Chi non lo fa, chi pratica l'attesa inerme vive nel paese dei balocchi.
Quello che non capisco, e non capirò mai, è la metamorfosi repentina e radicale, del proprio pensiero e, soprattutto, riesce ancora a sconcertarmi il fatto che l'ultima versione, partorita da queste menti sopraffine, venga presentata come se le precedenti non fossero mai esistite. Problemi di memoria? No! Sono convinto che trattasi, semplicemente, di "paraculi". Sono quelli che hanno "sempre ragione", sono quelli che vanno dove "vott' o vient'". Li leggo, li ascolto e li schifo.
Un altro particolare pensiero poetico, poi, ho voglia di dedicarlo a quanti praticano, e diffondono, la rassegnazione. Lo faccio, ricordando benissimo come, nell'anno di Natasha e Don Pasquale, io fossi scoraggiato e critico. Assai. Eppure, mai, neanche quasi alla fine della corsa, la rassegnazione ebbe cittadinanza nella mia capa e, soprattutto, nel mio cuore di tifoso. Dicono che quando c'è la guerra, o più modestamente la "malaparata", i primi a disertare siano i fifoni; in realtà, a ben guardare, sono quelli che amano meno. Tutto qua.
Andassero tutti a quel paese o, come va di moda in questi giorni, andassero affanculo: i paraculi ed i rassegnati.
(Il racconto che seguirà lo scrissi pochi giorni dopo la matematica retrocessione, nell'anno del trio delle meraviglie. Stavolta, sarà diverso, deve essere diverso, facciamo che sia diverso. Cambiano noi...e cambierà il finale)
Il treno che va... a quel paese
Il fatidico giorno è arrivato: il treno che "va...a quel paese" è pronto a partire, attende solo i suoi passeggeri e poi, di corsa, senza alcuna fermata, raggiungerà la meta. Mentre mi preparo per raggiungerlo, mi interrogo sul significato della mia presenza su questo treno. Le risposte sono nel ricordare le tante volte che, in questi mesi, mi sono detto:
"Pè, ma va'...a quel paese!".
La prima volta fu dopo l'amichevole con la Casertana.
Ai miei occhi un gioco confusionario e, soprattutto, troppi calciatori mediocri; così, mi chiesi se per caso, in nome della vecchia amicizia, le squadre non avessero scambiato le maglie. Pensai che se questo fosse il buon giorno, saremmo retrocessi subito. Ma, un attimo dopo mi dissi: "Pè, ma va'...a quel paese!".
E motivai questo invito dicendomi che non capivo nulla di calcio e nulla della preparazione del nuovo tecnico: la squadra nuova da assemblare, i carichi di lavoro pesanti, gli schemi di Zeman da assimilare ecc. ecc.
La seconda volta che dissi a me stesso:
"Pè, ma va'...a quel paese", fu dopo la partita persa con l'Albinoleffe. Uscendo dallo stadio, mi ero detto che non valeva la pena non mangiare la domenica con la famiglia, farsi 100km, spendere soldi per vedere quello squallore e soffrire tanto. Quando giunsi a casa e posai la sciarpa nel cassetto, le dissi che l'avrei lasciata lì per moltissimo tempo. Ma, un attimo dopo, ancora una volta:
"Pè, ma va'...a quel paese!".
Non avevo mai guardato la serie in cui giocava l'Avellino, mai la classifica; le vittorie o le sconfitte, la collera o la gioia mai avevano determinato la distanza dalla mia squadra. E neanche questa volta sarebbe stato così.
A dicembre, quando toccai con mano l'ottusità della tifoseria organizzata che, per ripicche e ricerca di supremazia di gruppi, aveva fatto naufragare la Marcia dell’Orgoglio Biancoverde, mi dissi che non valeva la pena intossicarsi dinanzi ad una società miope, ad un tecnico che non amavo, ad una squadra modesta e ad una tifoseria organizzata bloccata da divisioni e ricerca di supremazia. Meglio mettersi l'anima in pace e pensare ad altro. Ma, un attimo dopo mi dissi: "Pè, ma va'...a quel paese!".
E quando mai avevo tifato, o meno, in base a quello che facevano i capicurva o il CCC? Mai!...e così sarebbe stato anche stavolta.
A gennaio, dinanzi alla campagna di rafforzamento più scadente delle storia del calcio, mi dissi:
"Ora basta! Basta con la collera, basta con il freddo e la pioggia, basta con questa banda i sciemi... basta...basta...basta!"
Ma, neanche ebbi terminato la frase, ancora una volta:
"Pè, ma va'...a quel paese!".
Ho sempre creduto che ci saremmo salvati; comunque, non mi sembrava giusto arrendermi così. Non lo avrei fatto. Non ci si rassegna mai, quando si ama.
E, praticamente, questa che io chiamo “tarantella”, una domenica sì...e l'altra pure!
Il fatto è che io, come ho scritto un'altra volta, l’Avellino non riesco a viverlo come un vestito da indossare poco prima della partita e da posare un minuto dopo. Una malatìa, le cui conseguenze ricadono anche sul lavoro e sulla famiglia. Non è giusto, ma è così. Quando mi trovavo a riflettere su quanto ingiusto fosse questa cosa, ogni volta:
"Pè, ma va'...a quel paese!"
Ecco, mi ci ero mandato tante di quelle volte che, ora, alla fine di un anno durissimo e tristissimo, mi sembra giusto, quasi doveroso, andare a prendere quel treno per andare "...a quel paese!".
Mi avvio, con la consapevolezza che su quel treno dovranno essere parecchi: tutti quelli che, durante l'anno, avevo mandato...a quel paese. Lungo la strada che mi porta alla stazione, vedo, fermo a parlare con altri, uno che apprezzo molto poco, ritenendolo incapace, debole coi forti, ruffiano quel che basta, forte con chi è in difficoltà e cattivo nel suo modo di fare giornalismo (chiamiamolo...così). Mi avvicino e gli chiedo come mai sia ancora lì; mi risponde che sta parlando con altri colleghi giornalisti. Ne riconosco alcuni, altri appartenenti al clan di quelli che io chiamo "giornalai" e li invito a muoversi o perderanno il treno. Ma il piscitiello, interpretando il pensiero di tutti, mi risponde:
"Noi non andremo...a quel paese: non ci attocca! Noi abbiamo fatto il nostro dovere, abbiamo la coscienza a posto, e abbiamo cercato di fare aprire gli occhi a quelli come te, troppo accecati o troppo stronzi. Vacci tu...a quel paese!".
Non mi va di litigare, risalgo in macchina e continuo la mia strada. Al semaforo, vedo Maietta, De Simone, Biancolino ed altri epurati. Rallento, mi fermo, accosto ed anche a loro dico :
"Ma vi volete muovere?...forza, che 'o treno parte".
In coro mi rispondono:
"Ma vacci tu...a quel paese! Noi siamo persone serie, abbiamo potuto sbagliare qualche partita, fare qualche errore, ma volevamo vedere te alle prese con un gioco impossibile, difficile, con i muscoli appesantiti da allenamenti massacranti. Noi siamo dei professionisti che amano il calcio, che non avrebbero mai deciso di buttare nel cesso la propria carriera, solo per remare contro un tecnico. Abbiamo la coscienza a posto...e su quel treno non saliamo!".
Sto per rimettermi in macchina, quando dall'altro lato della strada, vedo un capannello di gente e riconosco alcuni capi della curva. Mi avvicino e, quando sono a meno di un metro, uno di essi mi urla:
"Ahhhh, tu sei quello stronzo che ci scrisse quella lettera aperta? Era tanto che aspettavamo di vederti. Tu non sai manco cosa sia la vita di curva, sono anni che non la frequenti più...tribbbunaiuolo; non ti permettere di criticare gente che della curva ha fatto la propria fede. Noi maciniamo chilometri, altro che scrivere papielli. E mò vattenne…se no acchiappi pure n'a paliata. Vacci tu...a quel paese!".
Ovviamente mi avvio di corsa verso la macchina, ma prima che salga un signore mi si avvicina e mi dice:
"Sono il presidente del CCC, volevo solo dirti che non sei degno di nominarmi, ho tante di quelle medaglie nella mia gloriosa storia di tifoso che se te le mostrassi sverresti dalla meraviglia. Se io sono stato il primo a dire di disertare lo stadio è perché, a differenza tua, certa gente la riconosco bene e sapevo che sarebbe finita così. Tu sì proprio il classico stordo che ha portato i soldi a Casillo. Ho saputo che ti sei fatto pure l'abbonamento a Gioco Calcio: bella chiavica che sì! Vacci tu...a quel paese".
Mi sento come Fantozzi, nella sua bianchina, parto, mi avvio ma il nervosismo mi fa sbagliare strada e così, per andare alla stazione, faccio un giro tutto contorto, passo davanti allo stadio. Meravigliato vedo che c'è l’allenamento. Mi fermo, mi avvicino ai calciatori, sbrano gli occhi e chiedo:
"Ma che cavolo vi allenate a fare? Tanto, vi allenate o no, perdete comunque, siamo ormai retrocessi e, poi, vi siete dimenticate che dovete prendere il treno per andare...a...quel paese?".
Il più giovane mi guarda e mi risponde:
"E perché dovremmo andarci? Che colpa abbiamo noi se ci hanno catapultato tutti insieme in serie B? E poi, noi abbiamo letto che, qualche volta, hai parlato di palle e cuore; questa è l'occasione per dirti che non ci mancano né le prime né il secondo. Se alla fine abbiamo sbracato è perché, dopo un anno difficile, dopo una rincorsa inutile, siamo scoppiati fisicamente e psicologicamente.
Per cui, se proprio hai voglia, portati il tecnico...a quel paese!”.
E dove sta il tecnico? E' più in là, accanto a Pavone. Mi avvicino e chiedo loro:
"Scusate, ma neanche voi venite a prender il treno per andare...a quel paese?".
Pavone, mi risponde:
"Io proprio colpe non ne ho! Se tu, a tua figlia, per fare la spesa, dai 15 euro, che ti aspetti che ti porti: champagne e caviale? Se è brava, cercherà un buon disk count, cercherà di portarti qualcosa, ma proprio per non farti rimanere a digiuno. Io questo ho fatto: con i pochi soldi che mi ha dato Casillo, ho fatto del mio meglio. A me proprio non tocca l'andare a quel paese. Vacci tu!”
Tra il fumo della sigaretta, intravedo Zeman ed a lui dico :
"Mister, visto che né i calciatori né Pavone vengono alla stazione, le dò un passaggio, saliamo sul treno, ci scegliamo un buon posto, ormai si è capito che sarà vuoto, e ce ne andiamo assieme...a quel paese. Finalmente, avrò modo di spiegarle alcune cose della storia dell'Avellino".
Avete dinanzi agli occhi quello sguardo fulminante del Boemo? Embè, lui mi guarda proprio in quel modo e mi dice:
"Io sono venuto ad Avellino per fare calcio, l'ho fatto con grande serietà ed impegno, mi erano state fatte delle promesse, non sono state mantenute, ho creduto in Casillo ed ho lavorato sodo per cercare di compiere il miracolo. Non ci sono riuscito, ma non per questo posso essere mandato...a quel paese. Vacci tu, così hai tutto il tempo per parlare con Casillo e ti fai spiegare come siano andate realmente le cose".
E neanche questo sale sul treno!..'O sapevo che p'e quann’era ‘a fine...l’unico a salirci, con Casillo, sarei stato io. Lo sapevo: solo io con Casillo. "Pe', te lo sei meritato...va'...a quel paese!". Poco male. Almeno, faccia a faccia, solo io e lui, gli dico tutto quello che penso e così, visto che il fegato me lo sono spappolato, durante il viaggio, ne approfitto e almeno n’ u sfizio m’ o levo!
Finalmente, arrivo dinanzi alla stazione. Casillo è lì: carramba, che sorpresa...si vede l'uomo d'onore che non si tira indietro. Mi avvicino, lo guardo e gli dico:
"Uè...almeno uno che si assuma le proprie responsabilità...ci sta. Mi fa piacere che almeno tu abbia capito che ti ci tocca andare...a quel paese!".
Embè, non ci crederete, ma io non sono morto in quel momento e non morirò più. Casillo mi ha detto testualmente:
"Ma qual è ‘o problemo? Pecchè l’anno passato l'hai portato tu l’Avellino in serie B?... Soldi nun ce ne stavano...aggiù risanato 'o bilancio...qualcosa è andato storto...qualche punto ce l'hanno rubato gli arbitri, te lo sei scordato 'o complotto contro a Zeman?
Tu sai fa meglio?...caccià ‘e soldi...accattatelo tu l’Avellino...e portalo in serie A. Comm'è?...non tieni i soldi?...e allora i debosciati passano a cinque...e va' a quel paese!".
Senza parole! Praticamente, ognuno tiene n' a scusa pronta, ognuno ha la sua ragione ed io mi sono avvelenato un campionato intero per senza niente ed anzi... mo'...ognuno tiene qualcosa da rimproverarmi:
"Pè...ma va' a quel paese! Anzi, più chiaramente: ma vaffanculo, te lo sei cercato!!!" . E così sia.
Accompagnandomi alla mia sciarpa, amica di sempre, entro nella stazione pensando all'ennesima beffa di un anno maledetto ed a quel viaggio per andare a quel paese che mi vedrà solo in quel treno che avevo immaginato affollato assai e che invece sarà tutto per me. Ed il treno è lì, ad attendermi.
Ma non è solo: quanti tifosi, quante bandiere e quanti volti a me cari e molti compagni recenti. Sono tutti lì ed io non capisco. Quando sono in mezzo a loro, chiedo cosa stia succedendo ed essi in coro rispondono:
"Partiamo!".
"Ma che centrate voi? Questo è il treno che ho organizzato io per mandare quelli che se lo meritano...a quel paese. E voi proprio no, voi che avete urlato ed imprecato, bestemmiato e sofferto, sperato e sognato invano...voi no...voi restate qui.".
Uno di loro, Ivan, mi prende sottobraccio e mi dice:
"Vedi Peppe, quel treno che volevi organizzare non è mai esistito; non potrà mai esistere. Quelli a cui avevi pensato tu non saliranno mai su un treno come quello che avevi immaginato: quelli sono come l'olio...vanno sempre p'e 'ngopp. E poi, a te mica interessava davvero mandarli a quel paese? Forse, ti avrebbe ripagato delle sofferenze patite? Assolutamente no! Queste cose lasciale fare agli altri. Tu vuoi semplicemente continuare il cammino intrapreso tanti anni fa, tu vuoi solo continuare ad amare questa sciarpa che hai al collo. Chiedi solo questo.”.
E’ proprio così. Tutta la rabbia che avevo in corpo svanisce.
Gli sorrido, guardo tutti quei tifosi alla stazione, il bianco ed il verde delle loro bandiere, ripenso ad un anno fa, a quell’ undici maggio e gli chiedo:
"Dimmi, amico mio: se questo non è il treno che avevo prenotato io per mandare molta gente...a quel paese, cos'è...allora... e dove porta?”.
Con una smorfia del viso, quella espressione tanto cara a chi lo conosce, quell'accento che sa di soprassate buone, mi dice:
"Questo treno è un'altra cosa e va da un’altra parte: questo è il treno di quei due bambini, i figli di Angelo, che a te piacciono tanto, li vedi? Credi che saranno meno felici nel venire allo stadio, il prossimo anno, quando saremo in serie C? Certo che no! Continueranno a tormentare il loro papà ed a dire, qualche volta, vaffanculo. Questo è il treno di quel tifoso che ne ha viste più di te; guardalo mentre racconta le storie vissute a quei ragazzi. Credi che se Casillo resterà, se andrà via o quant’altro, sentirà meno sua questa squadra? Certo che no! Questo è il treno di quella tifosa tutta verde! Credi che il suo colore fosse più intenso quando al posto di Vignola c'era Tisci? E credi che sbiadirà in serie C? Certo che no! Questo è il treno di quel tifoso che vive a migliaia di chilometri da Avellino, quello della passione, e che oggi è voluto essere presente, lo vedi? Credi che siccome non ama Zeman, dovesse rimanere il boemo, amerebbe di meno questi colori? Certo che no! Questo è il treno di quel giovane tifoso che studia in toscana e con il quale litighi spesso. Quello che ti rompe le palle col suo difendere Zeman, sempre. Credi che, quando il maestro di Praga sarà andato via, rinuncerà ad alzare la nostra bandiera? Certo che no! Questo è il treno di quanti vivendo lontano dalla propria terra, si aggrappano alla squadra per aggrapparsi alle proprie radici; è il treno di chi ha il coraggio di sventolare i nostri colori in città dove del lupo se ne fottono e magari lo odiano; è il treno di quanti si stanno già organizzando per la prossima trasferta... e chi se ne frega se ormai il campionato è finito; questo è il treno di chi, nel bene e nel male, coltiverà questa unica, immensa, grande passione, ed in nome di essa gioirà e soffrirà, si incazzerà e maledirà, protesterà, quando è il caso, ma non abbandonerà mai e poi mai. Insomma, Peppe, questo è il treno di chi come dici tu, da qualche giorno: non è né eroe...né martire della causa biancoverde…ma solo tifoso, veramente tifoso. Ed ora partiamo. Forse cambierà il tecnico, di sicuro cambieranno diversi calciatori, non so se avremo ancora Casillo o un altro; quanto agli altri, quelli che hanno ragione sempre, i voltagabbana, i paraculi, quelli scesi appena hanno visto la "malaparata", vedrai che li ritroveremo alla prossima promozione: chest’è poco ma è sicuro!"
Saliamo sul treno, dopo un poco partiamo. Quale sia la meta non mi interessa, mi basta essere assieme a chi ama come me l’Avellino. In fondo è solo l’ennesimo viaggio di una storia infinita...
Quello che non capisco, e non capirò mai, è la metamorfosi repentina e radicale, del proprio pensiero e, soprattutto, riesce ancora a sconcertarmi il fatto che l'ultima versione, partorita da queste menti sopraffine, venga presentata come se le precedenti non fossero mai esistite. Problemi di memoria? No! Sono convinto che trattasi, semplicemente, di "paraculi". Sono quelli che hanno "sempre ragione", sono quelli che vanno dove "vott' o vient'". Li leggo, li ascolto e li schifo.
Un altro particolare pensiero poetico, poi, ho voglia di dedicarlo a quanti praticano, e diffondono, la rassegnazione. Lo faccio, ricordando benissimo come, nell'anno di Natasha e Don Pasquale, io fossi scoraggiato e critico. Assai. Eppure, mai, neanche quasi alla fine della corsa, la rassegnazione ebbe cittadinanza nella mia capa e, soprattutto, nel mio cuore di tifoso. Dicono che quando c'è la guerra, o più modestamente la "malaparata", i primi a disertare siano i fifoni; in realtà, a ben guardare, sono quelli che amano meno. Tutto qua.
Andassero tutti a quel paese o, come va di moda in questi giorni, andassero affanculo: i paraculi ed i rassegnati.
(Il racconto che seguirà lo scrissi pochi giorni dopo la matematica retrocessione, nell'anno del trio delle meraviglie. Stavolta, sarà diverso, deve essere diverso, facciamo che sia diverso. Cambiano noi...e cambierà il finale)
Il treno che va... a quel paese
Il fatidico giorno è arrivato: il treno che "va...a quel paese" è pronto a partire, attende solo i suoi passeggeri e poi, di corsa, senza alcuna fermata, raggiungerà la meta. Mentre mi preparo per raggiungerlo, mi interrogo sul significato della mia presenza su questo treno. Le risposte sono nel ricordare le tante volte che, in questi mesi, mi sono detto:
"Pè, ma va'...a quel paese!".
La prima volta fu dopo l'amichevole con la Casertana.
Ai miei occhi un gioco confusionario e, soprattutto, troppi calciatori mediocri; così, mi chiesi se per caso, in nome della vecchia amicizia, le squadre non avessero scambiato le maglie. Pensai che se questo fosse il buon giorno, saremmo retrocessi subito. Ma, un attimo dopo mi dissi: "Pè, ma va'...a quel paese!".
E motivai questo invito dicendomi che non capivo nulla di calcio e nulla della preparazione del nuovo tecnico: la squadra nuova da assemblare, i carichi di lavoro pesanti, gli schemi di Zeman da assimilare ecc. ecc.
La seconda volta che dissi a me stesso:
"Pè, ma va'...a quel paese", fu dopo la partita persa con l'Albinoleffe. Uscendo dallo stadio, mi ero detto che non valeva la pena non mangiare la domenica con la famiglia, farsi 100km, spendere soldi per vedere quello squallore e soffrire tanto. Quando giunsi a casa e posai la sciarpa nel cassetto, le dissi che l'avrei lasciata lì per moltissimo tempo. Ma, un attimo dopo, ancora una volta:
"Pè, ma va'...a quel paese!".
Non avevo mai guardato la serie in cui giocava l'Avellino, mai la classifica; le vittorie o le sconfitte, la collera o la gioia mai avevano determinato la distanza dalla mia squadra. E neanche questa volta sarebbe stato così.
A dicembre, quando toccai con mano l'ottusità della tifoseria organizzata che, per ripicche e ricerca di supremazia di gruppi, aveva fatto naufragare la Marcia dell’Orgoglio Biancoverde, mi dissi che non valeva la pena intossicarsi dinanzi ad una società miope, ad un tecnico che non amavo, ad una squadra modesta e ad una tifoseria organizzata bloccata da divisioni e ricerca di supremazia. Meglio mettersi l'anima in pace e pensare ad altro. Ma, un attimo dopo mi dissi: "Pè, ma va'...a quel paese!".
E quando mai avevo tifato, o meno, in base a quello che facevano i capicurva o il CCC? Mai!...e così sarebbe stato anche stavolta.
A gennaio, dinanzi alla campagna di rafforzamento più scadente delle storia del calcio, mi dissi:
"Ora basta! Basta con la collera, basta con il freddo e la pioggia, basta con questa banda i sciemi... basta...basta...basta!"
Ma, neanche ebbi terminato la frase, ancora una volta:
"Pè, ma va'...a quel paese!".
Ho sempre creduto che ci saremmo salvati; comunque, non mi sembrava giusto arrendermi così. Non lo avrei fatto. Non ci si rassegna mai, quando si ama.
E, praticamente, questa che io chiamo “tarantella”, una domenica sì...e l'altra pure!
Il fatto è che io, come ho scritto un'altra volta, l’Avellino non riesco a viverlo come un vestito da indossare poco prima della partita e da posare un minuto dopo. Una malatìa, le cui conseguenze ricadono anche sul lavoro e sulla famiglia. Non è giusto, ma è così. Quando mi trovavo a riflettere su quanto ingiusto fosse questa cosa, ogni volta:
"Pè, ma va'...a quel paese!"
Ecco, mi ci ero mandato tante di quelle volte che, ora, alla fine di un anno durissimo e tristissimo, mi sembra giusto, quasi doveroso, andare a prendere quel treno per andare "...a quel paese!".
Mi avvio, con la consapevolezza che su quel treno dovranno essere parecchi: tutti quelli che, durante l'anno, avevo mandato...a quel paese. Lungo la strada che mi porta alla stazione, vedo, fermo a parlare con altri, uno che apprezzo molto poco, ritenendolo incapace, debole coi forti, ruffiano quel che basta, forte con chi è in difficoltà e cattivo nel suo modo di fare giornalismo (chiamiamolo...così). Mi avvicino e gli chiedo come mai sia ancora lì; mi risponde che sta parlando con altri colleghi giornalisti. Ne riconosco alcuni, altri appartenenti al clan di quelli che io chiamo "giornalai" e li invito a muoversi o perderanno il treno. Ma il piscitiello, interpretando il pensiero di tutti, mi risponde:
"Noi non andremo...a quel paese: non ci attocca! Noi abbiamo fatto il nostro dovere, abbiamo la coscienza a posto, e abbiamo cercato di fare aprire gli occhi a quelli come te, troppo accecati o troppo stronzi. Vacci tu...a quel paese!".
Non mi va di litigare, risalgo in macchina e continuo la mia strada. Al semaforo, vedo Maietta, De Simone, Biancolino ed altri epurati. Rallento, mi fermo, accosto ed anche a loro dico :
"Ma vi volete muovere?...forza, che 'o treno parte".
In coro mi rispondono:
"Ma vacci tu...a quel paese! Noi siamo persone serie, abbiamo potuto sbagliare qualche partita, fare qualche errore, ma volevamo vedere te alle prese con un gioco impossibile, difficile, con i muscoli appesantiti da allenamenti massacranti. Noi siamo dei professionisti che amano il calcio, che non avrebbero mai deciso di buttare nel cesso la propria carriera, solo per remare contro un tecnico. Abbiamo la coscienza a posto...e su quel treno non saliamo!".
Sto per rimettermi in macchina, quando dall'altro lato della strada, vedo un capannello di gente e riconosco alcuni capi della curva. Mi avvicino e, quando sono a meno di un metro, uno di essi mi urla:
"Ahhhh, tu sei quello stronzo che ci scrisse quella lettera aperta? Era tanto che aspettavamo di vederti. Tu non sai manco cosa sia la vita di curva, sono anni che non la frequenti più...tribbbunaiuolo; non ti permettere di criticare gente che della curva ha fatto la propria fede. Noi maciniamo chilometri, altro che scrivere papielli. E mò vattenne…se no acchiappi pure n'a paliata. Vacci tu...a quel paese!".
Ovviamente mi avvio di corsa verso la macchina, ma prima che salga un signore mi si avvicina e mi dice:
"Sono il presidente del CCC, volevo solo dirti che non sei degno di nominarmi, ho tante di quelle medaglie nella mia gloriosa storia di tifoso che se te le mostrassi sverresti dalla meraviglia. Se io sono stato il primo a dire di disertare lo stadio è perché, a differenza tua, certa gente la riconosco bene e sapevo che sarebbe finita così. Tu sì proprio il classico stordo che ha portato i soldi a Casillo. Ho saputo che ti sei fatto pure l'abbonamento a Gioco Calcio: bella chiavica che sì! Vacci tu...a quel paese".
Mi sento come Fantozzi, nella sua bianchina, parto, mi avvio ma il nervosismo mi fa sbagliare strada e così, per andare alla stazione, faccio un giro tutto contorto, passo davanti allo stadio. Meravigliato vedo che c'è l’allenamento. Mi fermo, mi avvicino ai calciatori, sbrano gli occhi e chiedo:
"Ma che cavolo vi allenate a fare? Tanto, vi allenate o no, perdete comunque, siamo ormai retrocessi e, poi, vi siete dimenticate che dovete prendere il treno per andare...a...quel paese?".
Il più giovane mi guarda e mi risponde:
"E perché dovremmo andarci? Che colpa abbiamo noi se ci hanno catapultato tutti insieme in serie B? E poi, noi abbiamo letto che, qualche volta, hai parlato di palle e cuore; questa è l'occasione per dirti che non ci mancano né le prime né il secondo. Se alla fine abbiamo sbracato è perché, dopo un anno difficile, dopo una rincorsa inutile, siamo scoppiati fisicamente e psicologicamente.
Per cui, se proprio hai voglia, portati il tecnico...a quel paese!”.
E dove sta il tecnico? E' più in là, accanto a Pavone. Mi avvicino e chiedo loro:
"Scusate, ma neanche voi venite a prender il treno per andare...a quel paese?".
Pavone, mi risponde:
"Io proprio colpe non ne ho! Se tu, a tua figlia, per fare la spesa, dai 15 euro, che ti aspetti che ti porti: champagne e caviale? Se è brava, cercherà un buon disk count, cercherà di portarti qualcosa, ma proprio per non farti rimanere a digiuno. Io questo ho fatto: con i pochi soldi che mi ha dato Casillo, ho fatto del mio meglio. A me proprio non tocca l'andare a quel paese. Vacci tu!”
Tra il fumo della sigaretta, intravedo Zeman ed a lui dico :
"Mister, visto che né i calciatori né Pavone vengono alla stazione, le dò un passaggio, saliamo sul treno, ci scegliamo un buon posto, ormai si è capito che sarà vuoto, e ce ne andiamo assieme...a quel paese. Finalmente, avrò modo di spiegarle alcune cose della storia dell'Avellino".
Avete dinanzi agli occhi quello sguardo fulminante del Boemo? Embè, lui mi guarda proprio in quel modo e mi dice:
"Io sono venuto ad Avellino per fare calcio, l'ho fatto con grande serietà ed impegno, mi erano state fatte delle promesse, non sono state mantenute, ho creduto in Casillo ed ho lavorato sodo per cercare di compiere il miracolo. Non ci sono riuscito, ma non per questo posso essere mandato...a quel paese. Vacci tu, così hai tutto il tempo per parlare con Casillo e ti fai spiegare come siano andate realmente le cose".
E neanche questo sale sul treno!..'O sapevo che p'e quann’era ‘a fine...l’unico a salirci, con Casillo, sarei stato io. Lo sapevo: solo io con Casillo. "Pe', te lo sei meritato...va'...a quel paese!". Poco male. Almeno, faccia a faccia, solo io e lui, gli dico tutto quello che penso e così, visto che il fegato me lo sono spappolato, durante il viaggio, ne approfitto e almeno n’ u sfizio m’ o levo!
Finalmente, arrivo dinanzi alla stazione. Casillo è lì: carramba, che sorpresa...si vede l'uomo d'onore che non si tira indietro. Mi avvicino, lo guardo e gli dico:
"Uè...almeno uno che si assuma le proprie responsabilità...ci sta. Mi fa piacere che almeno tu abbia capito che ti ci tocca andare...a quel paese!".
Embè, non ci crederete, ma io non sono morto in quel momento e non morirò più. Casillo mi ha detto testualmente:
"Ma qual è ‘o problemo? Pecchè l’anno passato l'hai portato tu l’Avellino in serie B?... Soldi nun ce ne stavano...aggiù risanato 'o bilancio...qualcosa è andato storto...qualche punto ce l'hanno rubato gli arbitri, te lo sei scordato 'o complotto contro a Zeman?
Tu sai fa meglio?...caccià ‘e soldi...accattatelo tu l’Avellino...e portalo in serie A. Comm'è?...non tieni i soldi?...e allora i debosciati passano a cinque...e va' a quel paese!".
Senza parole! Praticamente, ognuno tiene n' a scusa pronta, ognuno ha la sua ragione ed io mi sono avvelenato un campionato intero per senza niente ed anzi... mo'...ognuno tiene qualcosa da rimproverarmi:
"Pè...ma va' a quel paese! Anzi, più chiaramente: ma vaffanculo, te lo sei cercato!!!" . E così sia.
Accompagnandomi alla mia sciarpa, amica di sempre, entro nella stazione pensando all'ennesima beffa di un anno maledetto ed a quel viaggio per andare a quel paese che mi vedrà solo in quel treno che avevo immaginato affollato assai e che invece sarà tutto per me. Ed il treno è lì, ad attendermi.
Ma non è solo: quanti tifosi, quante bandiere e quanti volti a me cari e molti compagni recenti. Sono tutti lì ed io non capisco. Quando sono in mezzo a loro, chiedo cosa stia succedendo ed essi in coro rispondono:
"Partiamo!".
"Ma che centrate voi? Questo è il treno che ho organizzato io per mandare quelli che se lo meritano...a quel paese. E voi proprio no, voi che avete urlato ed imprecato, bestemmiato e sofferto, sperato e sognato invano...voi no...voi restate qui.".
Uno di loro, Ivan, mi prende sottobraccio e mi dice:
"Vedi Peppe, quel treno che volevi organizzare non è mai esistito; non potrà mai esistere. Quelli a cui avevi pensato tu non saliranno mai su un treno come quello che avevi immaginato: quelli sono come l'olio...vanno sempre p'e 'ngopp. E poi, a te mica interessava davvero mandarli a quel paese? Forse, ti avrebbe ripagato delle sofferenze patite? Assolutamente no! Queste cose lasciale fare agli altri. Tu vuoi semplicemente continuare il cammino intrapreso tanti anni fa, tu vuoi solo continuare ad amare questa sciarpa che hai al collo. Chiedi solo questo.”.
E’ proprio così. Tutta la rabbia che avevo in corpo svanisce.
Gli sorrido, guardo tutti quei tifosi alla stazione, il bianco ed il verde delle loro bandiere, ripenso ad un anno fa, a quell’ undici maggio e gli chiedo:
"Dimmi, amico mio: se questo non è il treno che avevo prenotato io per mandare molta gente...a quel paese, cos'è...allora... e dove porta?”.
Con una smorfia del viso, quella espressione tanto cara a chi lo conosce, quell'accento che sa di soprassate buone, mi dice:
"Questo treno è un'altra cosa e va da un’altra parte: questo è il treno di quei due bambini, i figli di Angelo, che a te piacciono tanto, li vedi? Credi che saranno meno felici nel venire allo stadio, il prossimo anno, quando saremo in serie C? Certo che no! Continueranno a tormentare il loro papà ed a dire, qualche volta, vaffanculo. Questo è il treno di quel tifoso che ne ha viste più di te; guardalo mentre racconta le storie vissute a quei ragazzi. Credi che se Casillo resterà, se andrà via o quant’altro, sentirà meno sua questa squadra? Certo che no! Questo è il treno di quella tifosa tutta verde! Credi che il suo colore fosse più intenso quando al posto di Vignola c'era Tisci? E credi che sbiadirà in serie C? Certo che no! Questo è il treno di quel tifoso che vive a migliaia di chilometri da Avellino, quello della passione, e che oggi è voluto essere presente, lo vedi? Credi che siccome non ama Zeman, dovesse rimanere il boemo, amerebbe di meno questi colori? Certo che no! Questo è il treno di quel giovane tifoso che studia in toscana e con il quale litighi spesso. Quello che ti rompe le palle col suo difendere Zeman, sempre. Credi che, quando il maestro di Praga sarà andato via, rinuncerà ad alzare la nostra bandiera? Certo che no! Questo è il treno di quanti vivendo lontano dalla propria terra, si aggrappano alla squadra per aggrapparsi alle proprie radici; è il treno di chi ha il coraggio di sventolare i nostri colori in città dove del lupo se ne fottono e magari lo odiano; è il treno di quanti si stanno già organizzando per la prossima trasferta... e chi se ne frega se ormai il campionato è finito; questo è il treno di chi, nel bene e nel male, coltiverà questa unica, immensa, grande passione, ed in nome di essa gioirà e soffrirà, si incazzerà e maledirà, protesterà, quando è il caso, ma non abbandonerà mai e poi mai. Insomma, Peppe, questo è il treno di chi come dici tu, da qualche giorno: non è né eroe...né martire della causa biancoverde…ma solo tifoso, veramente tifoso. Ed ora partiamo. Forse cambierà il tecnico, di sicuro cambieranno diversi calciatori, non so se avremo ancora Casillo o un altro; quanto agli altri, quelli che hanno ragione sempre, i voltagabbana, i paraculi, quelli scesi appena hanno visto la "malaparata", vedrai che li ritroveremo alla prossima promozione: chest’è poco ma è sicuro!"
Saliamo sul treno, dopo un poco partiamo. Quale sia la meta non mi interessa, mi basta essere assieme a chi ama come me l’Avellino. In fondo è solo l’ennesimo viaggio di una storia infinita...