LupoDentrooo
30-11-2007, 16.35.04
Su Adriano potrei scrivere per una vita intera. Con "Fiammifero" ( lo chiamavo così nelle mie radiocronache, perché dava luce al gioco dell'Avellino) ho trascorso gli anni più belli della mia carriera di cronista sportivo. Un personaggio unico, carismatico, brillante, riflessivo, dotato di una grande carica umana, di uno spiccato senso dell'humor, ma anche di quella schiettezza e di quella semplicità, a volte disarmante.
Di Adriano calciatore lascio lo spazio agli altri colleghi, anche a quelli che non lo hanno mai visto in azione. Posso solo dire che al posto dei piedi aveva due calibri. Millimetrici i suoi passaggi, calciatore imperioso al centro del terreno di gioco, leader incontrastato sia in campo che nello spogliatoio. Un vero "Masto!", come si dice dalle parti nostre.
Adriano ci ha lasciato. Ed io non ci posso credere. Anche se sono stato sempre consapevole che la sua strada era segnata. Quel maledetto morbo di Gehring ce lo ha tolto per sempre. Lo ha strappato ai suoi figli, alle due gemelline, alla cara Lucianina, che in questi anni di malattia lo ha sostenuto con tutto il suo amore e con una immensa dedizione.
In queste ore sono tanti i ricordi che girano vorticosamente nella mente. I momenti belli vissuti a Marassi, quando l'Avellino raggiunse la serie A, la beffa di Milano alla "prima" alla Scala del calcio con una carta d'identità fatta scomparire e mai esibita a Mattei di Macerata, l'addio di Adriano alla casacca biancoverde, il ritorno da condottiero al timone di un Avellino scivolato in serie B e poi addirittura in serie C. Ma c'è anche quella vittoriosa marcia trionfale a Caserta, con la Casertana dei Suppa, dei Serra, dei Ravanelli.
Nella mente gira come un film il giorno delle sue nozze nel municipio di Mercogliano, il successivo banchetto nuziale in un noto albergo della costa d'Amalfi, con la sua Casertana giunta in pullman. Scene da "Scherzi a parte" in quella sala consiliare di Mercogliano, con il sindaco, una donna, che aveva difficoltà a pronunciare la formula matrimoniale per la presenza chiassosa di calciatori ed amici dello sposo.
Ricordo, poi, una vigilia di Pasqua trascorsa ad attendere nell'aeroporto di Roma il volo per Napoli. Ritornavamo da Padova. L'Avellino aveva pareggiato. Adriano era certo di poter strappare la sua squadra alla retrocessione. E ci riuscì. In quei giorni andava a ruba "Io speriamo che me la cavo" del maestro napoletano Marcello D'Orta. Adriano lo acquistò in un'edicola dell'aeroporto e ci ritrovammo su una panchina assieme a Lello Venezia del Mattino, in attesa che chiamassero il nostro volo, a leggere alcune pagine di quel libro che schizzò in vetta alla classifica di vendite. Ricordo le risate a crepapelle, le lacrime agli occhi e l'impossibilità di poter andare avanti nella lettura. Alla fine ci ritrovammo addosso un gruppo di viaggiatori che assieme a noi risero a più non posso. Le risate proseguirono anche in aereo e addirittura sull'autostrada da Napoli fino a casa.
Ma il ricordo che resterà sempre vivo nella mia mente risale all'inizio degli anni 80. Adriano era stato ceduto al Como. In riva al lago, manco a dirlo, Adriano era diventato subito il leader. Andai a trovarlo prima della partita, all'hotel Continental, dal quale si vede il lago, ma anche il vecchio stadio Rigamonti. Chiesi del capitano, dissi che ero di Avellino. Sentii un calciatore chiamare Lombardi e sotto voce disse : "Ci sono amici terroni per te". Adriano mi venne incontro nella hall dell'albergo, prima però, rivolgendosi al compagno di squadra, disse : "Questo è un mio caro amico. Con te parliamo dopo".
Avellino l'ha portata sempre nel cuore. E quando in quegli anni vedeva un avellinese, un irpino, non aveva esitazioni a fermarsi per scambiare quattro chiacchiere, per chiedere notizie, per sapere di Tizio o di Caio. Avellino la sua seconda città, il suo grande Amore. Adriano è stato uno di noi, un amico, un compagno di avventura, una persona speciale che non avremmo mai voluto perdere. Perché per il cronista trovare un aggettivo glorificante da affibbiare per un giorno a un calciatore è ormai un'abitudine. Imbattersi in un uomo capace di avere dentro di sé tanto carisma, nello sport come nella vita, è un'altra cosa. E non si dimentica.
Mimmo Rossi
Di Adriano calciatore lascio lo spazio agli altri colleghi, anche a quelli che non lo hanno mai visto in azione. Posso solo dire che al posto dei piedi aveva due calibri. Millimetrici i suoi passaggi, calciatore imperioso al centro del terreno di gioco, leader incontrastato sia in campo che nello spogliatoio. Un vero "Masto!", come si dice dalle parti nostre.
Adriano ci ha lasciato. Ed io non ci posso credere. Anche se sono stato sempre consapevole che la sua strada era segnata. Quel maledetto morbo di Gehring ce lo ha tolto per sempre. Lo ha strappato ai suoi figli, alle due gemelline, alla cara Lucianina, che in questi anni di malattia lo ha sostenuto con tutto il suo amore e con una immensa dedizione.
In queste ore sono tanti i ricordi che girano vorticosamente nella mente. I momenti belli vissuti a Marassi, quando l'Avellino raggiunse la serie A, la beffa di Milano alla "prima" alla Scala del calcio con una carta d'identità fatta scomparire e mai esibita a Mattei di Macerata, l'addio di Adriano alla casacca biancoverde, il ritorno da condottiero al timone di un Avellino scivolato in serie B e poi addirittura in serie C. Ma c'è anche quella vittoriosa marcia trionfale a Caserta, con la Casertana dei Suppa, dei Serra, dei Ravanelli.
Nella mente gira come un film il giorno delle sue nozze nel municipio di Mercogliano, il successivo banchetto nuziale in un noto albergo della costa d'Amalfi, con la sua Casertana giunta in pullman. Scene da "Scherzi a parte" in quella sala consiliare di Mercogliano, con il sindaco, una donna, che aveva difficoltà a pronunciare la formula matrimoniale per la presenza chiassosa di calciatori ed amici dello sposo.
Ricordo, poi, una vigilia di Pasqua trascorsa ad attendere nell'aeroporto di Roma il volo per Napoli. Ritornavamo da Padova. L'Avellino aveva pareggiato. Adriano era certo di poter strappare la sua squadra alla retrocessione. E ci riuscì. In quei giorni andava a ruba "Io speriamo che me la cavo" del maestro napoletano Marcello D'Orta. Adriano lo acquistò in un'edicola dell'aeroporto e ci ritrovammo su una panchina assieme a Lello Venezia del Mattino, in attesa che chiamassero il nostro volo, a leggere alcune pagine di quel libro che schizzò in vetta alla classifica di vendite. Ricordo le risate a crepapelle, le lacrime agli occhi e l'impossibilità di poter andare avanti nella lettura. Alla fine ci ritrovammo addosso un gruppo di viaggiatori che assieme a noi risero a più non posso. Le risate proseguirono anche in aereo e addirittura sull'autostrada da Napoli fino a casa.
Ma il ricordo che resterà sempre vivo nella mia mente risale all'inizio degli anni 80. Adriano era stato ceduto al Como. In riva al lago, manco a dirlo, Adriano era diventato subito il leader. Andai a trovarlo prima della partita, all'hotel Continental, dal quale si vede il lago, ma anche il vecchio stadio Rigamonti. Chiesi del capitano, dissi che ero di Avellino. Sentii un calciatore chiamare Lombardi e sotto voce disse : "Ci sono amici terroni per te". Adriano mi venne incontro nella hall dell'albergo, prima però, rivolgendosi al compagno di squadra, disse : "Questo è un mio caro amico. Con te parliamo dopo".
Avellino l'ha portata sempre nel cuore. E quando in quegli anni vedeva un avellinese, un irpino, non aveva esitazioni a fermarsi per scambiare quattro chiacchiere, per chiedere notizie, per sapere di Tizio o di Caio. Avellino la sua seconda città, il suo grande Amore. Adriano è stato uno di noi, un amico, un compagno di avventura, una persona speciale che non avremmo mai voluto perdere. Perché per il cronista trovare un aggettivo glorificante da affibbiare per un giorno a un calciatore è ormai un'abitudine. Imbattersi in un uomo capace di avere dentro di sé tanto carisma, nello sport come nella vita, è un'altra cosa. E non si dimentica.
Mimmo Rossi