Supernaut
05-04-2007, 16.14.23
19 febbraio 1984. Avevo 11 anni e frequentavo la quinta elementare. Dall'anno prima ero diventato un po' strano, sia agli occhi dei miei coetanei che degli adulti: avevo scoperto una squadra con una maglia bellissima, bianca e verde, che aveva catturato la mia attenzione sfogliando un Guerin Sportivo. Tifavo per il Toro, la squadra della mia città (una delle due, almeno; quella che mi era più simpatica), eppure di domenica in domenica, quando accendevo il mio vecchio Philips in bianco e nero e giravo manopola e antenna per sintonizzarmi su 90° Minuto, attendevo sempre più con ansia il servizio su quella squadra bianca e verde che lottava per non retrocedere che non quello dei granata, all'epoca nei quartieri nobili della serie A. Così, mano a mano che le domeniche passavano e Barbadillo e compagni portavano avanti a passi piccoli ma onesti quello che avevo capito essere un grande miracolo, la squadra per la quale in teoria tifavo aveva iniziato ad interessarmi sempre meno, mentre quella per cui simpatizzavo seguiva il percorso contrario e ne prendeva sempre più il posto.
Era il 19 febbraio 1984. Tutto questo accadeva un anno prima e ormai quando mi domandavano per quale squadra tifassi, rispondevo con orgoglio: «Avellino». Tutti mi guardavano in modo strano, come se non avessero capito la battuta. E i miei coetanei, per lo più juventini, non mi risparmiavano le loro cattiverie. Quell'età è difficile per chiunque, figurarsi per uno che dichiara di tifare per una squadra di cui i compagni di scuola conoscono l'esistenza solo grazie all'album di figurine della Panini!
19 febbraio 1984, dicevo. Quel giorno chiesi a mio padre di portarmi per la prima volta allo stadio. Al Comunale, infatti, si giocava Torino-Avellino. Ricordo la faccia di mio papà: quel sorriso beffardo di chi decide di accontentare il figlio anche se gli ha appena chiesto la cosa più ridicola del mondo. Chissà, forse lo era. Un undicenne di Torino che vuole andarsi a vedere l'Avellino mentre gioca dal vivo! Mi ha preso in giro per tutta l'infanzia per questa passione, mio padre. Anzi, a dire il vero gli capita di farlo ancora adesso che di anni ne ho 33. Non ha mai davvero capito. All'epoca pensava di certo ad un vezzo. Chissà cosa ne pensa ora. E chissà cosa pensa mia madre quando, sorpresa, mi chiede tutt'oggi come mai questa fissazione non mi sia ancora passata. Come se fosse una bambinata, o una malattia dalla quale prima o poi si guarisce.
Il 19 febbraio 1984 ho visto per la prima volta uno stadio dall'interno. Ricordo il prezzo del biglietto: 3.000 lire il ridotto (7.000 l'intero per mio padre), ma stiamo parlando di quando il calcio aveva ancora un costo onesto. Ricordo la folla mentre salivo le scale. La ricordo benissimo, fu la prima cosa che mi colpì. Tutti quei colori mescolati fra di loro, tutto quello spazio a perdita d'occhio. Mi sembrava incredibile esistesse un luogo così grande e così pieno di gente. Non l'immaginavo così vasto e vivo, dalla televisione.
Ero molto teso. Nonostante avessi chiesto di essere portato nella curva dell'Avellino, mio padre volle andare in Maratona con quelli del Toro. Mi convinse che era più sicuro, che era meglio mimetizzarci fra i granata e far credere fossimo due di loro. Naturalmente ciò mortificava il mio desiderio di esporre vessilli biancoverdi. A Torino non si trovava nulla sull'Avellino, né sciarpe né bandiere, così che quando le chiedevo nei negozi mi rivolgevano tutti un benevolo sorriso di compassione, a sottintendere che ero proprio un bimbo ingenuo a pensare che articoli del genere potessero in quella città interessare qualcuno fuorché me. Così avevo atteso la mia prima partita per comprare qualcosa dalle bancarelle davanti allo stadio. E le sciarpe e le bandiere dell'Avellino c'erano, solo che mio padre non me le fece prendere perché dovevamo mescolarci con i tifosi del Toro. Ero preoccupato, in Maratona, perché mi sentivo un intruso ed ero certo che presto o tardi mi avrebbero scoperto. Temevo potesse succedere qualcosa: in giro avevo sentito dire che lo stadio fosse poco sicuro e frequentato da persone pericolose, disposte a farti del male solo perché sostenitore di una squadra diversa dalla loro. Certo, mentre la partita iniziava, non pensavo che avrei corso il rischio di esultare, perché, figurarsi, a così tanti chilometri da Avellino, una trasferta proibitiva, un pubblico, quello granata, davvero imponente, per cui figurarsi se... Figurarsi se Italo Schiavi, sì, era lui il caschetto biondo che stava entrando in area avversaria dal vertice sinistro giusto sotto di me... Figurarsi allora se proprio un terzino, maglia numero 3, al 4° minuto di una trasferta così, tirando... Sì, aveva tirato e, sì... la palla sembrava proprio imparabile, ma mi dovevo per forza sbagliare; capivo ancora poco di calcio, per me il numero 3 è un terzino sinistro e difende e non attacca, perciò quel tiro... Sì, quel tiro si stava decisamente insaccando, il portiere del Toro ci era rimasto di stucco (così impari a sottovalutare l'Avellino, perché lo so che dentro di te sapevi già vinta quella partita)... Sì, era entrata... Era gol... Gol... GOL! GOL!! GOL!!!
L'Avellino era in vantaggio. 19 febbraio 1984, 4° minuto del primo tempo: Torino-Avellino 0-1!!! Non potei esultare. Ma la gioia che ho dovuto trattenere fu compensata da quelle facce sbigottite tutt'intorno a me. Nessuno ci credeva. Nessuno credeva possibile che una squadra che si chiamava Avellino, e non era la Juve e non era la Roma e non era l'Inter, e chissà dove si trovava la città da cui arrivavano quei pellegrini, nessuno credeva potesse aver fatto un tiro in porta. Nessuno credeva potesse mai segnare. E invece stava vincendo.
Io sapevo che il Toro avrebbe vinto la partita, ma quel vantaggio volle dire: visto? Non siamo gli ultimi arrivati! Non siamo qui in A per caso! E se ci sottovalutate ci fate solo un piacere, perché vuol dire che ci salveremo anche quest'anno! E io non sono pazzo, non sto tifando per una squadra senza valore! Sto tifando per giocatori in gamba, grandi uomini, atleti che per batterli bisogna dar fondo a tutte le proprie capacità, perché come li prendi sottogamba ti puniscono.
Alla fine terminò 4-2 per il Torino, come prevedibile. Ricordo che dovettero premere sull'acceleratore per raddrizzare quella partita: avevano capito che non era giornata in cui vivacchiare se volevano i due punti. Ricordo il rigore di Hernandez che sancì il momentaneo 3-1. Lo ricordo perché la settimana prima ne aveva sbagliato uno a Roma contro i giallorossi e in settimana sui giornali avevo letto alcune sue dichiarazioni in cui diceva ai tifosi che se gli fosse capitato un rigore da battere contro l'Avellino non lo avrebbe fallito. Mantenne la promessa, purtroppo per noi. Ricordo anche il nostro secondo gol. Lo segnò Diaz nella ripresa. Fu un'altra soddisfazione perché era il mio personale idolo e lo avevo sospinto in rete col pensiero per tutta la gara.
Ricordo poi un'altra cosa. A pochi minuti dal termine, parlando con altri che erano lì, mio padre rivelò apertamente che tifavo Avellino. Per un attimo mi spaventai, temendo soprattutto un brutto ceffo che avevo notato sin dall'inizio poco sopra di noi; poi successe qualcosa. Vidi alcuni voltarsi verso di me. E mi guardarono. Ma non lo fecero più con l'espressione di chi non capisce o con quella altezzosa di chi si sa superiore: c'era una luce nuova. L'Avellino aveva perso, ma li aveva sorpresi. Aveva dimostrato il suo valore, aveva conquistato un pochino anche loro per la grande dedizione e voglia di lottare che aveva fatto innamorare me. E forse, un briciolo, c'era anche dell'invidia... Perché quel valore che avevo visto, io l'avevo saputo afferrare e fare mio; e non me ne vergognavo, ma ne andavo fiero.
19 febbraio 1984. La mia prima partita allo stadio. Il primo gol in assoluto che ho visto dal vivo è stato biancoverde, malgrado la lontananza e nonostante da queste parti siano più quelli presi che realizzati. Italo Schiavi, il numero 3 che non può fare gol, dopo 4 minuti. 4-2 il risultato per il Toro, ma quel giorno vinse l'Avellino. Credetemi, io lo so: Il 19 febbraio 1984 ha vinto l'Avellino.
Era il 19 febbraio 1984. Tutto questo accadeva un anno prima e ormai quando mi domandavano per quale squadra tifassi, rispondevo con orgoglio: «Avellino». Tutti mi guardavano in modo strano, come se non avessero capito la battuta. E i miei coetanei, per lo più juventini, non mi risparmiavano le loro cattiverie. Quell'età è difficile per chiunque, figurarsi per uno che dichiara di tifare per una squadra di cui i compagni di scuola conoscono l'esistenza solo grazie all'album di figurine della Panini!
19 febbraio 1984, dicevo. Quel giorno chiesi a mio padre di portarmi per la prima volta allo stadio. Al Comunale, infatti, si giocava Torino-Avellino. Ricordo la faccia di mio papà: quel sorriso beffardo di chi decide di accontentare il figlio anche se gli ha appena chiesto la cosa più ridicola del mondo. Chissà, forse lo era. Un undicenne di Torino che vuole andarsi a vedere l'Avellino mentre gioca dal vivo! Mi ha preso in giro per tutta l'infanzia per questa passione, mio padre. Anzi, a dire il vero gli capita di farlo ancora adesso che di anni ne ho 33. Non ha mai davvero capito. All'epoca pensava di certo ad un vezzo. Chissà cosa ne pensa ora. E chissà cosa pensa mia madre quando, sorpresa, mi chiede tutt'oggi come mai questa fissazione non mi sia ancora passata. Come se fosse una bambinata, o una malattia dalla quale prima o poi si guarisce.
Il 19 febbraio 1984 ho visto per la prima volta uno stadio dall'interno. Ricordo il prezzo del biglietto: 3.000 lire il ridotto (7.000 l'intero per mio padre), ma stiamo parlando di quando il calcio aveva ancora un costo onesto. Ricordo la folla mentre salivo le scale. La ricordo benissimo, fu la prima cosa che mi colpì. Tutti quei colori mescolati fra di loro, tutto quello spazio a perdita d'occhio. Mi sembrava incredibile esistesse un luogo così grande e così pieno di gente. Non l'immaginavo così vasto e vivo, dalla televisione.
Ero molto teso. Nonostante avessi chiesto di essere portato nella curva dell'Avellino, mio padre volle andare in Maratona con quelli del Toro. Mi convinse che era più sicuro, che era meglio mimetizzarci fra i granata e far credere fossimo due di loro. Naturalmente ciò mortificava il mio desiderio di esporre vessilli biancoverdi. A Torino non si trovava nulla sull'Avellino, né sciarpe né bandiere, così che quando le chiedevo nei negozi mi rivolgevano tutti un benevolo sorriso di compassione, a sottintendere che ero proprio un bimbo ingenuo a pensare che articoli del genere potessero in quella città interessare qualcuno fuorché me. Così avevo atteso la mia prima partita per comprare qualcosa dalle bancarelle davanti allo stadio. E le sciarpe e le bandiere dell'Avellino c'erano, solo che mio padre non me le fece prendere perché dovevamo mescolarci con i tifosi del Toro. Ero preoccupato, in Maratona, perché mi sentivo un intruso ed ero certo che presto o tardi mi avrebbero scoperto. Temevo potesse succedere qualcosa: in giro avevo sentito dire che lo stadio fosse poco sicuro e frequentato da persone pericolose, disposte a farti del male solo perché sostenitore di una squadra diversa dalla loro. Certo, mentre la partita iniziava, non pensavo che avrei corso il rischio di esultare, perché, figurarsi, a così tanti chilometri da Avellino, una trasferta proibitiva, un pubblico, quello granata, davvero imponente, per cui figurarsi se... Figurarsi se Italo Schiavi, sì, era lui il caschetto biondo che stava entrando in area avversaria dal vertice sinistro giusto sotto di me... Figurarsi allora se proprio un terzino, maglia numero 3, al 4° minuto di una trasferta così, tirando... Sì, aveva tirato e, sì... la palla sembrava proprio imparabile, ma mi dovevo per forza sbagliare; capivo ancora poco di calcio, per me il numero 3 è un terzino sinistro e difende e non attacca, perciò quel tiro... Sì, quel tiro si stava decisamente insaccando, il portiere del Toro ci era rimasto di stucco (così impari a sottovalutare l'Avellino, perché lo so che dentro di te sapevi già vinta quella partita)... Sì, era entrata... Era gol... Gol... GOL! GOL!! GOL!!!
L'Avellino era in vantaggio. 19 febbraio 1984, 4° minuto del primo tempo: Torino-Avellino 0-1!!! Non potei esultare. Ma la gioia che ho dovuto trattenere fu compensata da quelle facce sbigottite tutt'intorno a me. Nessuno ci credeva. Nessuno credeva possibile che una squadra che si chiamava Avellino, e non era la Juve e non era la Roma e non era l'Inter, e chissà dove si trovava la città da cui arrivavano quei pellegrini, nessuno credeva potesse aver fatto un tiro in porta. Nessuno credeva potesse mai segnare. E invece stava vincendo.
Io sapevo che il Toro avrebbe vinto la partita, ma quel vantaggio volle dire: visto? Non siamo gli ultimi arrivati! Non siamo qui in A per caso! E se ci sottovalutate ci fate solo un piacere, perché vuol dire che ci salveremo anche quest'anno! E io non sono pazzo, non sto tifando per una squadra senza valore! Sto tifando per giocatori in gamba, grandi uomini, atleti che per batterli bisogna dar fondo a tutte le proprie capacità, perché come li prendi sottogamba ti puniscono.
Alla fine terminò 4-2 per il Torino, come prevedibile. Ricordo che dovettero premere sull'acceleratore per raddrizzare quella partita: avevano capito che non era giornata in cui vivacchiare se volevano i due punti. Ricordo il rigore di Hernandez che sancì il momentaneo 3-1. Lo ricordo perché la settimana prima ne aveva sbagliato uno a Roma contro i giallorossi e in settimana sui giornali avevo letto alcune sue dichiarazioni in cui diceva ai tifosi che se gli fosse capitato un rigore da battere contro l'Avellino non lo avrebbe fallito. Mantenne la promessa, purtroppo per noi. Ricordo anche il nostro secondo gol. Lo segnò Diaz nella ripresa. Fu un'altra soddisfazione perché era il mio personale idolo e lo avevo sospinto in rete col pensiero per tutta la gara.
Ricordo poi un'altra cosa. A pochi minuti dal termine, parlando con altri che erano lì, mio padre rivelò apertamente che tifavo Avellino. Per un attimo mi spaventai, temendo soprattutto un brutto ceffo che avevo notato sin dall'inizio poco sopra di noi; poi successe qualcosa. Vidi alcuni voltarsi verso di me. E mi guardarono. Ma non lo fecero più con l'espressione di chi non capisce o con quella altezzosa di chi si sa superiore: c'era una luce nuova. L'Avellino aveva perso, ma li aveva sorpresi. Aveva dimostrato il suo valore, aveva conquistato un pochino anche loro per la grande dedizione e voglia di lottare che aveva fatto innamorare me. E forse, un briciolo, c'era anche dell'invidia... Perché quel valore che avevo visto, io l'avevo saputo afferrare e fare mio; e non me ne vergognavo, ma ne andavo fiero.
19 febbraio 1984. La mia prima partita allo stadio. Il primo gol in assoluto che ho visto dal vivo è stato biancoverde, malgrado la lontananza e nonostante da queste parti siano più quelli presi che realizzati. Italo Schiavi, il numero 3 che non può fare gol, dopo 4 minuti. 4-2 il risultato per il Toro, ma quel giorno vinse l'Avellino. Credetemi, io lo so: Il 19 febbraio 1984 ha vinto l'Avellino.