LupettoFurbetto
27-04-2007, 23.40.38
*Un giorno, al Partenio, una bandiera.*
Non ne ricordo più la data.
Era la mattina di tanti anni fa, una fredda mattina invernale come la mia terra è propensa regalare. La neve era caduta copiosa più del solito, le scuole erano chiuse da qualche giorno e la cosa rattristava solo chi non ci andava a scuola.
Io ero un bambino tra tanti, un'infanzia come quella di tanti miei amici, l'Irpinia è ancora ben saldamente ancorata a radici e costumi quasi ancestrali, i suoi pargoli sono ancora amati e accuditi da tutti prima ancora che dai genitori. Insomma, gli schiaffi li prendevi pure dal postino che ti beccava ad attraversare pericolosamente un incrocio, ed il barista ti chiedeva da dove venissero i soldi per comprare la lattina di coca-cola se poco prima avevi comprato un gelato.
Certo, nel mio piccolissimo paese, tutto questo era amplificato a dismisura, dovevi rigare dritto peggio che in un collegio, la chiesa era il punto di partenza e di arrivo di tutti i progetti, le prime responsabilità, i primi scherzi, le prime sigarette, finanche i primi baci rubati avevano tutti come fattore comune la sagrestia, il prete era il tuo capo prima ancora che il tuo confessore.
Certe domeniche si arrivava all'incredibile competizione per stabilire chi di noi, fanciulli in età di servire messa, dovesse leggere la super-agognata Prima Lettura e chi, invece, si doveva accontentare di una più modesta Preghiera dei Fedeli mentre i giovanotti oramai più grandi si sporcavano le mani solo per uscire al momento dell'Offertorio.
Nonostante le tremende crepe che il terremoto aveva portato non solo nelle mura delle nostre case, ma anche nelle anime della gente d'Irpinia, la comunità avvolgeva la nostra infanzia in un mondo ovattato in cui nulla mancava; si giocava per strada perchè di campetti degni di tal nome non ce n'era nemmeno l'ombra, ma degli improvvisati vigili urbani travestiti da vecchietti in pensione provvedevano, a suon di bastoni sbandierati, a chiudere al traffico la nostra unica piazza pur di non vederci disturbati da qualche automobilista distratto.
I video games erano tutti splendidamente riassunti in un rumorosissimo flipper con il segna punti ancora di quelli meccanici, oggi una chicca, allora un normale passatempo per interminabili tornei nei pomeriggi domenicali, quando anche i ragazzotti più grandicelli, accompagnati da mogli e figli, si prodigavano in asfissianti movimenti di bacino per permettere alla gravità di fare le dovute eccezioni.
In quei momenti, la vita sembrava essere tutta in quello stanzone nel retro di un bar, con i muri ingialliti dalle mille sigarette che nel tempo si erano accese e spente lì dentro, il tifo per questo o quello erano relativi, alla fine si tornava a casa contenti e stanchi, ubriachi di vita e di corse, di urla e di calci ad una palla.
Dunque, fino ad allora, la mia vita era stata più o meno questa, fino a quella mattina, almeno, era stata solo questo, da allora si è aggiunto il primo grande amore della mia vita, ad esso, nel tempo se ne sono affiancati tanti altri, alcuni, i più, sono svaniti nel nulla da dove erano arrivati.
Una domenica come mille, dicevamo, fredda come mille, iniziata con un cappottino di lana troppo grande per le mie piccole spallucce, ereditato da un fratellino che cresceva troppo più velocemente di me, la sciarpetta di lana che mi infastidiva per come la mamma era riuscita a stringerla e una dignitosa dose di scivolate sulle lastre di ghiaccio per strada.
Quella mattina continuata con la lettura della Preghiera dei Fedeli, che delusione, il tempo di sentire il tanto atteso "andate in pace..." e il relativo "Amen" l'ho sussurrato mentre sfilavo la tonaca bianca e mi precipitavo fuori.
Mio padre era lì davanti pronto a partire con la sua Fiat 128 verde pisello, con altri ragazzoni tutti bardati di sciarpette, destinazione Avellino. La sera prima era giunta voce che nel capoluogo la neve era ancora di più, se possibile, di quella che c'era sulle dolci colline che preannunciano l'impervia e bellissima Alta Irpinia. Due auto, provviste di catene, pale e nerborute braccia erano pronte a partire in risposta all'appello diramato per spalare la neve dal tappeto dello Stadio Partenio.
Quella partita, si diceva, non si poteva e non si doveva non giocare, credo perchè ai nostri avversari mancassero pedine importanti. Ma io tutte queste cose non le immaginavo nemmeno, per me il divertimento, quella domenica, era andare in giro, leggere il tachimetro della macchina, vedere case e paesi diversi dalle case e dai paesi che vedevo dal mio piccolo mondo. Non ricordo il viaggio, non ricordo neppure perchè mia madre avesse acconsentito alla mia partenza con la neve ed il freddo, ed aveva accolto le continue suppliche di mio padre, che i figli li voleva sempre accanto a lui allo stadio.
Dicevo che non ricordo nulla, nulla fino al primo dei pochi flash che mi sono rimasti impressi nella memoria di quella giornata davvero unica, una di quelle giornate che in punto di morte non potrò non includere nel film della mia vita. Sono finalmente sul prato del Partenio, mi guardo intorno estasiato, le tribune sembrano enormi bocche spalancate, un alto manto di neve le ricopre e le ingigantisce, mentre intorno a me la gente è tanta, e tanta ne arriva. La bandierina del calcio d'angolo non pensavo fosse così tanto più alta di me, la porta, poi, era enorme, ma come diavolo faceva un solo uomo a difenderla in tutta la sua interezza?
Tutti avevano una pala in mano, chi spalava, chi era fermo a fumare, chi si riposava chiaccherando, qualche bambino correva ma io ero troppo ubriaco per muovermi, pensavo a quanto possa essere grande uno stadio, pensavo al rumore assordante che arriva a contenere un gigante del genere.
Come perduto nel ricordo, adesso, mio padre è accanto a me e parla con una persona, non ne ricordo il nome, neppure l'aspetto, ma questa persona mi accarezza il caschetto di capelli, mio padre mi dice che quello è "'o Presidente", ma per me poteva essere pure un ufo, ero troppo imbambolato anche solo per sorridere.
Mi indica, poi, un ragazzone, dice che è un giocatore dell'Avellino, circondato da decine di persone, è lì, a pochi passi da me, lui mi guarda e mi sorride, io ricambio ma timidamente, lì non era il momento di farsi distrarre, io ero tutto concentrato nel sentire un cuore, il mio cuore, teso a partorire uno di quegli amori che ti accompagneranno per tutta una vita - il mio piccolo cuoricino stava penando e quelli mi sorridevano?
Non ricordo più nulla di quella giornata, non un'azione di gioco, non una parola, il parto si prolungò fino alla sera evidentemente, perchè fu solo allora che, nel caldo della cucina di casa mia, tra una castagna fatta sulla stufa a legna e la televisione rigorosamente fissata sul canale nazionale, ho chiesto di avere una bandiera dell'Avellino.
Richiesta passata inosservata, scambiata per una delle tante richieste di cui è capace un bimbo...ma quella bandiera è l'unica cosa sopravvissuta alla mia infanzia, all'adolescenza, alle ribellioni, ai conflitti padre-figlio, alla maturità, agli amori infiniti ma poi finiti, alle ansie del trasferimento in un'altra città, alla lontananza da quello stadio magico come lo scenario che lo circonda. Pochi anni dopo il suo acquisto, quella bandiera la tenevo stretta al petto durante le sassaiole di alcuni tifosi avversari in curva nord, segno evidente di un'epoca sportiva che finiva, e la mia paura più grossa era che potessi perderla nel marasma generale.
Ancora stretta al petto era il giorno in cui fummo condannati a lasciare la serie A, l'autoradio continuava a gracchiare ma la mia testa era piena di ronzii, non una parola, non una lacrima, solo un fremito nella mano per stringere ancora più forte quel pezzo di acrilico, quasi a chiederle scusa per l'onta che le avevo fatto subire.
Quella bandiera è oggi ancora accanto a me e se per forza di cose deve ricevere l'ultimo sguardo prima di spegnere la luce ed il primo quando tutto assonnato mi preparo a vivere un nuovo giorno, un motivo ci deve pur essere.
Si dice che, nella vita di un uomo, i giorni veramente importanti siano quattro o cinque, allora posso affermare che quel Giorno, per me, è stato il primo.
Non ne ricordo più la data.
Era la mattina di tanti anni fa, una fredda mattina invernale come la mia terra è propensa regalare. La neve era caduta copiosa più del solito, le scuole erano chiuse da qualche giorno e la cosa rattristava solo chi non ci andava a scuola.
Io ero un bambino tra tanti, un'infanzia come quella di tanti miei amici, l'Irpinia è ancora ben saldamente ancorata a radici e costumi quasi ancestrali, i suoi pargoli sono ancora amati e accuditi da tutti prima ancora che dai genitori. Insomma, gli schiaffi li prendevi pure dal postino che ti beccava ad attraversare pericolosamente un incrocio, ed il barista ti chiedeva da dove venissero i soldi per comprare la lattina di coca-cola se poco prima avevi comprato un gelato.
Certo, nel mio piccolissimo paese, tutto questo era amplificato a dismisura, dovevi rigare dritto peggio che in un collegio, la chiesa era il punto di partenza e di arrivo di tutti i progetti, le prime responsabilità, i primi scherzi, le prime sigarette, finanche i primi baci rubati avevano tutti come fattore comune la sagrestia, il prete era il tuo capo prima ancora che il tuo confessore.
Certe domeniche si arrivava all'incredibile competizione per stabilire chi di noi, fanciulli in età di servire messa, dovesse leggere la super-agognata Prima Lettura e chi, invece, si doveva accontentare di una più modesta Preghiera dei Fedeli mentre i giovanotti oramai più grandi si sporcavano le mani solo per uscire al momento dell'Offertorio.
Nonostante le tremende crepe che il terremoto aveva portato non solo nelle mura delle nostre case, ma anche nelle anime della gente d'Irpinia, la comunità avvolgeva la nostra infanzia in un mondo ovattato in cui nulla mancava; si giocava per strada perchè di campetti degni di tal nome non ce n'era nemmeno l'ombra, ma degli improvvisati vigili urbani travestiti da vecchietti in pensione provvedevano, a suon di bastoni sbandierati, a chiudere al traffico la nostra unica piazza pur di non vederci disturbati da qualche automobilista distratto.
I video games erano tutti splendidamente riassunti in un rumorosissimo flipper con il segna punti ancora di quelli meccanici, oggi una chicca, allora un normale passatempo per interminabili tornei nei pomeriggi domenicali, quando anche i ragazzotti più grandicelli, accompagnati da mogli e figli, si prodigavano in asfissianti movimenti di bacino per permettere alla gravità di fare le dovute eccezioni.
In quei momenti, la vita sembrava essere tutta in quello stanzone nel retro di un bar, con i muri ingialliti dalle mille sigarette che nel tempo si erano accese e spente lì dentro, il tifo per questo o quello erano relativi, alla fine si tornava a casa contenti e stanchi, ubriachi di vita e di corse, di urla e di calci ad una palla.
Dunque, fino ad allora, la mia vita era stata più o meno questa, fino a quella mattina, almeno, era stata solo questo, da allora si è aggiunto il primo grande amore della mia vita, ad esso, nel tempo se ne sono affiancati tanti altri, alcuni, i più, sono svaniti nel nulla da dove erano arrivati.
Una domenica come mille, dicevamo, fredda come mille, iniziata con un cappottino di lana troppo grande per le mie piccole spallucce, ereditato da un fratellino che cresceva troppo più velocemente di me, la sciarpetta di lana che mi infastidiva per come la mamma era riuscita a stringerla e una dignitosa dose di scivolate sulle lastre di ghiaccio per strada.
Quella mattina continuata con la lettura della Preghiera dei Fedeli, che delusione, il tempo di sentire il tanto atteso "andate in pace..." e il relativo "Amen" l'ho sussurrato mentre sfilavo la tonaca bianca e mi precipitavo fuori.
Mio padre era lì davanti pronto a partire con la sua Fiat 128 verde pisello, con altri ragazzoni tutti bardati di sciarpette, destinazione Avellino. La sera prima era giunta voce che nel capoluogo la neve era ancora di più, se possibile, di quella che c'era sulle dolci colline che preannunciano l'impervia e bellissima Alta Irpinia. Due auto, provviste di catene, pale e nerborute braccia erano pronte a partire in risposta all'appello diramato per spalare la neve dal tappeto dello Stadio Partenio.
Quella partita, si diceva, non si poteva e non si doveva non giocare, credo perchè ai nostri avversari mancassero pedine importanti. Ma io tutte queste cose non le immaginavo nemmeno, per me il divertimento, quella domenica, era andare in giro, leggere il tachimetro della macchina, vedere case e paesi diversi dalle case e dai paesi che vedevo dal mio piccolo mondo. Non ricordo il viaggio, non ricordo neppure perchè mia madre avesse acconsentito alla mia partenza con la neve ed il freddo, ed aveva accolto le continue suppliche di mio padre, che i figli li voleva sempre accanto a lui allo stadio.
Dicevo che non ricordo nulla, nulla fino al primo dei pochi flash che mi sono rimasti impressi nella memoria di quella giornata davvero unica, una di quelle giornate che in punto di morte non potrò non includere nel film della mia vita. Sono finalmente sul prato del Partenio, mi guardo intorno estasiato, le tribune sembrano enormi bocche spalancate, un alto manto di neve le ricopre e le ingigantisce, mentre intorno a me la gente è tanta, e tanta ne arriva. La bandierina del calcio d'angolo non pensavo fosse così tanto più alta di me, la porta, poi, era enorme, ma come diavolo faceva un solo uomo a difenderla in tutta la sua interezza?
Tutti avevano una pala in mano, chi spalava, chi era fermo a fumare, chi si riposava chiaccherando, qualche bambino correva ma io ero troppo ubriaco per muovermi, pensavo a quanto possa essere grande uno stadio, pensavo al rumore assordante che arriva a contenere un gigante del genere.
Come perduto nel ricordo, adesso, mio padre è accanto a me e parla con una persona, non ne ricordo il nome, neppure l'aspetto, ma questa persona mi accarezza il caschetto di capelli, mio padre mi dice che quello è "'o Presidente", ma per me poteva essere pure un ufo, ero troppo imbambolato anche solo per sorridere.
Mi indica, poi, un ragazzone, dice che è un giocatore dell'Avellino, circondato da decine di persone, è lì, a pochi passi da me, lui mi guarda e mi sorride, io ricambio ma timidamente, lì non era il momento di farsi distrarre, io ero tutto concentrato nel sentire un cuore, il mio cuore, teso a partorire uno di quegli amori che ti accompagneranno per tutta una vita - il mio piccolo cuoricino stava penando e quelli mi sorridevano?
Non ricordo più nulla di quella giornata, non un'azione di gioco, non una parola, il parto si prolungò fino alla sera evidentemente, perchè fu solo allora che, nel caldo della cucina di casa mia, tra una castagna fatta sulla stufa a legna e la televisione rigorosamente fissata sul canale nazionale, ho chiesto di avere una bandiera dell'Avellino.
Richiesta passata inosservata, scambiata per una delle tante richieste di cui è capace un bimbo...ma quella bandiera è l'unica cosa sopravvissuta alla mia infanzia, all'adolescenza, alle ribellioni, ai conflitti padre-figlio, alla maturità, agli amori infiniti ma poi finiti, alle ansie del trasferimento in un'altra città, alla lontananza da quello stadio magico come lo scenario che lo circonda. Pochi anni dopo il suo acquisto, quella bandiera la tenevo stretta al petto durante le sassaiole di alcuni tifosi avversari in curva nord, segno evidente di un'epoca sportiva che finiva, e la mia paura più grossa era che potessi perderla nel marasma generale.
Ancora stretta al petto era il giorno in cui fummo condannati a lasciare la serie A, l'autoradio continuava a gracchiare ma la mia testa era piena di ronzii, non una parola, non una lacrima, solo un fremito nella mano per stringere ancora più forte quel pezzo di acrilico, quasi a chiederle scusa per l'onta che le avevo fatto subire.
Quella bandiera è oggi ancora accanto a me e se per forza di cose deve ricevere l'ultimo sguardo prima di spegnere la luce ed il primo quando tutto assonnato mi preparo a vivere un nuovo giorno, un motivo ci deve pur essere.
Si dice che, nella vita di un uomo, i giorni veramente importanti siano quattro o cinque, allora posso affermare che quel Giorno, per me, è stato il primo.