LupoDentrooo
03-05-2007, 22.13.29
"Io sono Lupodentrooo, figlio della terra di Lupilandia...", inizia così il racconto che oggi vi ripropongo. Di sicuro, tra i tanti da me scritti, quello più ingenuo, persino fanciullesco, messo giù di getto, appena riletto per verificarne la correttezza di scrittura, magari un po' enfatico eppure, in quei giorni, a me piaceva da morire e sarebbe piaciuto anche di più nel tempo successivo.
Oh, certo, perchè era il mio primo racconto in assoluto, perchè con esso avevo superato un naturale imbarazzo, perchè da lì in poi avrei trovato, nei racconti, appunto, il modo per trasmettere il mio essere tifoso, il mio essere LupoDentrooo, ma non era solo questo. Con questo scritto ero riuscito, almeno così pareva a me, a lanciare un urlo di battaglia. Un ululato lungo il tempo che va dal passato antico, si ribella ad un presente amaro e giunge ad un futuro che immaginavo diverso assai.
Un ululato che pigliasse a cazzotti la rassegnazione. Ecco!
Si era nel dicembre 2003, faceva freddo assai. Anche nei nostri cuori c'era il gelo: sconfitte in serie, non una sola vittoria, staccati di tantissimi punti, polemiche a non finire, mortificazioni a iosa e mancanza anche di un accenno di autocritica da parte di Casillo e Zeman che, anzi, come si dice dalle nostre parti, pare avanzassero pure qualche cosa. Ciò che è accaduto da allora ad oggi, parlo del cambio di proprietà, parlo della promozione, delle retrocessioni, del sequestro delle azioni, delle contestazioni, dello stadio deserto, dei giornalai, del campionato ultimo, prima impossibile, poi facile, quindi sconcertante e tutto quanto è nel libro della storia di questi ultimi anni, voi lo sapete bene.
Ciò che non sapete, se non pochi amici, è che questo racconto io l'avevo rinnegato. No, non è che mi piacesse di meno, è molto di più:
-Ivan, lo capisci o no che oggi non lo riscriverei per nulla al mondo? Lo capisci che parla di qualcosa che non esiste più, che non lo sento mio? Lupilandia non è più qui e l'orgoglio e la fierezza della nostra terra e del nostro essere tifosi è una pagina che molti non hanno letto mai e che tanti di noi hanno dimenticato.-.
Questa è la risposta che avevo dato ad una delle persone più belle che il forum e l'Avellino mi abbiano regalato, quando, appena poco più di un mese fa, mi chiedeva di iniziare la riproposizione che stiamo facendo dei vecchi racconti proprio con "Io sono LupoDentrooo, figlio della terra di Lupilandia...".
Già, appena...poco...più...di...un...mese...fa.
Poi, ieri, quando ho dovuto scegliere il racconto che settimanalmente presentiamo su Pianetabiancoverde, mi sono aggrappato proprio a quello che avevo rinnegato e che non avrei scritto mai, se avessi dovuto farlo oggi. Improvvisamente, mi è riapparso come il più bello di quelli che io abbia mai scritto e, soprattutto, l'unico che in questo preciso istante abbia un senso.
Perchè? Perchè mi sento stanco. Sì, lo confesso, stanco. Di quella stanchezza che nasce dalla rassegnazione e dalla incapacità di immaginare il futuro. Ed ho anche tanta paura, la stessa che so essere in molti di voi: non è in gioco solo la serie B, questa volta. No, e non chiedetemi dimostrazioni al tarlo che mi porto dentro, stavolta sento che se dovessimo fallire la promozione, si chiuderebbe il libro. E allora, a che serve cercare colpe e colpevoli, ora? Non serve a nulla, ora! Al massimo si aggiungerebbe solo rabbia...e la rabbia non aiuta mai.
Esiste solo un modo, io almeno ne conosco solo uno, per sconfiggere la stanchezza, la rassegnazione, la melanconia e la visione nera del futuro: guardarsi dentro, come scriveva Gianluca.
Un albero che non vuole morire ha bisogno delle sue radici. Torniamo a ciò che siamo stati, riscopriamo l'orgoglio e la fierezza che sono altro che la presunzione sciocca ed arrogante, aggrappiamoci all'umiltà che è stata la vera grandezza della nostra storia, smettiamola di sentirci nobili decaduti, noi che nobili non lo siamo stati mai, finiamola di filosofeggiare come fanno alcuni attorno al tavolo, dopo un lauto pranzo. Noi con la panza chiena non lo siamo stati mai. Noi siamo stati lupi, un tempo. Nessuno ci uccideva e non ci lasciavamo morire, a poco a poco, quando, avendo fame, sembrava che non avessimo alcuna possibilità di trovare cibo.
Era la fame la nostra forza e non certo il nostro boia. Era la terra dura e fredda l'ambiente che ci teneva in vita e non certo la nostra tomba.
Fate come me, pigliate a cazzotti la rassegnazione. Io sento di doverlo fare, io sento di volerlo fare ancora, io lo farò...
http://www.pianetabiancoverde.it/index.php?option=com_content&task=view&id=191&Itemid=4
Oh, certo, perchè era il mio primo racconto in assoluto, perchè con esso avevo superato un naturale imbarazzo, perchè da lì in poi avrei trovato, nei racconti, appunto, il modo per trasmettere il mio essere tifoso, il mio essere LupoDentrooo, ma non era solo questo. Con questo scritto ero riuscito, almeno così pareva a me, a lanciare un urlo di battaglia. Un ululato lungo il tempo che va dal passato antico, si ribella ad un presente amaro e giunge ad un futuro che immaginavo diverso assai.
Un ululato che pigliasse a cazzotti la rassegnazione. Ecco!
Si era nel dicembre 2003, faceva freddo assai. Anche nei nostri cuori c'era il gelo: sconfitte in serie, non una sola vittoria, staccati di tantissimi punti, polemiche a non finire, mortificazioni a iosa e mancanza anche di un accenno di autocritica da parte di Casillo e Zeman che, anzi, come si dice dalle nostre parti, pare avanzassero pure qualche cosa. Ciò che è accaduto da allora ad oggi, parlo del cambio di proprietà, parlo della promozione, delle retrocessioni, del sequestro delle azioni, delle contestazioni, dello stadio deserto, dei giornalai, del campionato ultimo, prima impossibile, poi facile, quindi sconcertante e tutto quanto è nel libro della storia di questi ultimi anni, voi lo sapete bene.
Ciò che non sapete, se non pochi amici, è che questo racconto io l'avevo rinnegato. No, non è che mi piacesse di meno, è molto di più:
-Ivan, lo capisci o no che oggi non lo riscriverei per nulla al mondo? Lo capisci che parla di qualcosa che non esiste più, che non lo sento mio? Lupilandia non è più qui e l'orgoglio e la fierezza della nostra terra e del nostro essere tifosi è una pagina che molti non hanno letto mai e che tanti di noi hanno dimenticato.-.
Questa è la risposta che avevo dato ad una delle persone più belle che il forum e l'Avellino mi abbiano regalato, quando, appena poco più di un mese fa, mi chiedeva di iniziare la riproposizione che stiamo facendo dei vecchi racconti proprio con "Io sono LupoDentrooo, figlio della terra di Lupilandia...".
Già, appena...poco...più...di...un...mese...fa.
Poi, ieri, quando ho dovuto scegliere il racconto che settimanalmente presentiamo su Pianetabiancoverde, mi sono aggrappato proprio a quello che avevo rinnegato e che non avrei scritto mai, se avessi dovuto farlo oggi. Improvvisamente, mi è riapparso come il più bello di quelli che io abbia mai scritto e, soprattutto, l'unico che in questo preciso istante abbia un senso.
Perchè? Perchè mi sento stanco. Sì, lo confesso, stanco. Di quella stanchezza che nasce dalla rassegnazione e dalla incapacità di immaginare il futuro. Ed ho anche tanta paura, la stessa che so essere in molti di voi: non è in gioco solo la serie B, questa volta. No, e non chiedetemi dimostrazioni al tarlo che mi porto dentro, stavolta sento che se dovessimo fallire la promozione, si chiuderebbe il libro. E allora, a che serve cercare colpe e colpevoli, ora? Non serve a nulla, ora! Al massimo si aggiungerebbe solo rabbia...e la rabbia non aiuta mai.
Esiste solo un modo, io almeno ne conosco solo uno, per sconfiggere la stanchezza, la rassegnazione, la melanconia e la visione nera del futuro: guardarsi dentro, come scriveva Gianluca.
Un albero che non vuole morire ha bisogno delle sue radici. Torniamo a ciò che siamo stati, riscopriamo l'orgoglio e la fierezza che sono altro che la presunzione sciocca ed arrogante, aggrappiamoci all'umiltà che è stata la vera grandezza della nostra storia, smettiamola di sentirci nobili decaduti, noi che nobili non lo siamo stati mai, finiamola di filosofeggiare come fanno alcuni attorno al tavolo, dopo un lauto pranzo. Noi con la panza chiena non lo siamo stati mai. Noi siamo stati lupi, un tempo. Nessuno ci uccideva e non ci lasciavamo morire, a poco a poco, quando, avendo fame, sembrava che non avessimo alcuna possibilità di trovare cibo.
Era la fame la nostra forza e non certo il nostro boia. Era la terra dura e fredda l'ambiente che ci teneva in vita e non certo la nostra tomba.
Fate come me, pigliate a cazzotti la rassegnazione. Io sento di doverlo fare, io sento di volerlo fare ancora, io lo farò...
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