Supernaut
10-07-2009, 10.26.50
Cosa fa di un uomo un uomo, un individuo? Io credo sia il suo legame con le cose, con gli esseri umani e gli altri esseri viventi, con la natura, con i luoghi; e questi legami sono intessuti con una trama di emozioni. Sono le emozioni a tenere insieme tutto, a fare di un uomo un uomo.
Oggi mi desto, dopo tanti anni della mia vita, con un senso di vuoto, uno scavo enorme al centro di me stesso. C'erano emozioni là, proprio là; ora avverto un formicolio in una zona dove ci sarebbe dovuto essere qualcosa e invece non v'è più nulla, una sensazione che forse è quella che si prova quanto si perde una mano, un braccio o una gamba e il resto del corpo non vuole saperne di abituarsi a quell'assenza.
Oggi mi desto, dopo tanti anni della mia vita, morto. Penso, dunque sono? No. Non basta. Non è così semplice. Dove sono le emozioni, quella matassa di filo con cui posso legarmi agli uomini, agli animali, ai luoghi e a tutto ciò che è il mondo? Qualcosa, qualcuno, le ha strappate via. O forse ha sparato e sono fuoriuscite dal buco al centro di me stesso, disperdendosi chissà dove.
Non so cosa sia accaduto. So soltanto che quando avevo otto anni e ho visto la foto di una squadra chiamata Avellino, nonostante fossi di Torino e quella squadra appartenesse ad una città lontana con cui nulla avevo a che fare, qualcosa in me si è acceso. Un'emozione, appunto. Un filo ha iniziato a tessersi, a creare un legame, con un luogo e con della gente che avrei conosciuto poi.
So soltanto che quando ho iniziato a seguire quella squadra, il mio cuore ha iniziato a battere ed ha accelerato sempre più. So che quando è retrocessa in serie B mi sono sentito dilaniare. Ho pianto, quattordicenne, in un bosco di montagna ove ero andato ad isolarmi. Ed ero vivo, perché anche quella era un'emozione che mi stava rendendo uomo.
So che quella squadra chiamata Avellino non si è più rialzata, non come un tempo, e l'ho vista crollare sempre più giù. E' andata in serie C e quasi non ci credevo, ha trascorso tre anni di anonimato, ma poi ha ritrovato la B ed io m'illudevo che stesse per giungere l'ora del riscatto. Ed mi sentivo esaltato. Ed ero vivo.
So soltanto, e non avete idea di quanto questo ricordo mi costi fatica, che la nuova retrocessione mi ha spezzato. I sette anni successivi di anonimato ancor peggiore dei tre precedenti mi hanno fatto assaporare l'amaro calice del perdente. Una grande voglia di riscossa albergava in me, proprio in quella porzione di stomaco ove ora non scorre più nulla, ma la riscossa non arrivava. Un anno ci siamo andati vicini, con una squadra inizialmente imbastita da due giovani imprenditori di Frigento: una squadra con talenti quali Giuseppe Mascara o Michele Fini, tanto che fui deluso dalla loro rinuncia e mi chiesi perché non potessimo avere dei dirigenti capaci, così come i due si erano dimostrati, anche noi. Sognavo, m'illudevo, dunque il mio cuore ardentemente batteva, ed ero perciò vivo.
So che la B arrivò di nuovo e fu una gioia immensa. Un primo posto, forse la volta buona per costruire qualcosa. Macché, un campionato umiliante, vissuto all'ultimo posto sin dalla prima giornata. Ed ero vivo. Umiliato, ma vivo.
So che poi... Poi accadde che il lupo rialzò la testa ancora. Il lupo che non ne voleva sapere di arrendersi. Il lupo che qualcuno salvò dal baratro e che avrà sempre la mia riconoscenza, perché conosce il valore della vita e di certo non potrebbe mai fare del male a qualcuno. Ci fu un campionato dalle emozioni incredibili, lo spareggio col gigante Napoli, l'incredulità della vittoria, la voglia di ululare al mondo e di gridargli che ero vivo, tutti noi eravamo vivi. Un filo invisibile ci univa tutti e ci rendeva parte della stessa cosa, ci dava lo stesso posto nel mondo.
So soltanto che facemmo uno spareggio con un Albinoleffe qualsiasi e risprofondammo dopo un solo altro anno di nuovo in C, ma di nuovo arrivammo al redde rationem e un ragazzotto improbabile col nome di un grande, Rivaldo, sfoderò una magia da fuori area all'ultimo istante di una partita soffertissima; una di quelle magie che non si osa quasi sognare nel più profondo del proprio cuore, benché abbia fantasticato tante volte di avere io quella maglia e di essere io autore di una prodezza del genere proprio in un istante simile, così registicamente studiato da un invisibile maestro della suspance. Ed era anche mio quel piede che calciò insieme a Rivaldo, ed era il piede di tutti i ragazzini che vorrebbero diventare assi del pallone e di tutti gli adulti che lo avrebbero voluto, e di tutti i tifosi che avrebbero desiderato di trovarsi in campo in quell'istante a sospingere la propria squadra. Era il piede di tutti noi che spingeva la palla in rete, tutti legati con lo stesso filo invisibile dell'emozione. Ed eravamo tutti vivi, ed io con gli altri.
Poi che accadde? Una retrocessione, certo. Ed un'altra subito dopo, nonostante un ripescaggio in extremis. La più deludente delle retrocessioni, forse, perché c'era la consapevolezza che questa volta la squadra non fosse male, e che senza la sventura del doppio infortunio dei due maggiori talenti, Sforzini e De Zerbi, le cose sarebbero andate diversamente, così che questa volta la salvezza, il riscatto ci sarebbero stati. Al 3-3 contro il Parma ho gioito come un bambino, e l'emozione mi possedeva ed io con lei ero vivo; e a Modena ho sofferto, anche se ormai non m'illudevo più, ma ero abbattuto e l'emozione mi stava ancora soffiando dentro.
Infine, oggi. Oggi mi desto, dopo tanti anni della mia vita, senza più niente. All'improvviso, perché la morte è sempre improvvisa, anche quando avviene dopo una lunga agonia, perché il cuore non vuol mai saperne di ascoltare la voce della ragione e s'illude sempre che un intervento più alto sopraggiunga fino all'ultimo istante.
Non c'è stato alcun intervento. Non c'è stato nulla. Solo silenzio. Una fredda guerra segreta che noi persone comuni non potremo mai appieno comprendere. Sono sempre le persone comuni a rimetterci per gli sbagli degli altri, per gli orgogli degli altri, per l'ottusità degli altri. Emozioni altrui che mangiano le nostre, le inghiottono con la spietata efferatezza tipica della logica di natura.
Non so bene cosa questi altri abbiano fatto o non abbiano fatto, perché abbiano agito come hanno agito, per quali interessi, per quale "bandiera", con quale scopo o ideale. Gli ideali sono i peggiori, si ammanta un concetto d'immacolata ragione o bontà e lo si persegue invece spesso sulla via della crudeltà.
Non conosco la maggior parte degli attori di questo delitto, ma voglio sapere chi mi ha ucciso. Voglio sapere perché. Oggi sono morto, ho un vuoto al centro di me, sono freddo, non ho più emozioni a legarmi a quel pallone che ho visto correre per anni attorno a scie bianche e verdi. Non ho più lacrime da piangere, perché le lacrime sono emozione, sono vita.
Non ho più un cuore. Ditemi chi l'ha preso, vi prego. Voglio chiedergli come ha potuto. Come ha potuto sparare. Voglio chiederli se ne è valsa la pena. Voglio chiedergli se crede sia stato giusto. Io non gli ho fatto nulla, non ho mai fatto nulla a nessuno, ma lui mi ha ucciso lo stesso. Forse voleva colpire i suoi nemici, ma io suo nemico non ero, volevo solo vivere, volevo solo sentire le mie emozioni. Perché gli uomini combattono le guerre? Perché lo fanno? Lo sanno che faranno decine, centinaia, migliaia di vittime innocenti?
E quelle vittime, ciascuna di quelle singole vittime, può forse sentirsi rincuorata dal sapere che è morta per una causa altrui, ma che questi altrui la considerano giusta? No, ciascuno pretende una ragione per la propria morte. Ogni singolo delitto, anche se compiuto in massa, deve essere giustificato.
Rivoglio indietro il mio cuore, rivoglio la mia umanità e voglio chiedergli, chiunque sia stato, guardandolo dritto negli occhi prima di esalare l'ultimo respiro, perché lo abbia fatto, come abbia potuto essere così freddo e spietato.
Mi dirà che è colpa di questo, è colpa di quello. Ed io? Io cosa ne posso se i suoi nemici sono persone orribili? Perché hai dovuto uccidere anche me, per colpire loro? Perché un padre dovrebbe mai uccidere tutti i suoi figli insieme alla moglie con cui ha litigato, figli che pure gli volevano bene, prima di togliersi la vita egli stesso?
Perché di certo chi ha ucciso me ha rinunciato a lottare, ha rinunciato alle emozioni, ha rinunciato alla vita a propria volta.
Così ditemi chi è stato, vi prego.
Ditemi chi è stato...
Ditemi chi mi ha ucciso.
Oggi mi desto, dopo tanti anni della mia vita, con un senso di vuoto, uno scavo enorme al centro di me stesso. C'erano emozioni là, proprio là; ora avverto un formicolio in una zona dove ci sarebbe dovuto essere qualcosa e invece non v'è più nulla, una sensazione che forse è quella che si prova quanto si perde una mano, un braccio o una gamba e il resto del corpo non vuole saperne di abituarsi a quell'assenza.
Oggi mi desto, dopo tanti anni della mia vita, morto. Penso, dunque sono? No. Non basta. Non è così semplice. Dove sono le emozioni, quella matassa di filo con cui posso legarmi agli uomini, agli animali, ai luoghi e a tutto ciò che è il mondo? Qualcosa, qualcuno, le ha strappate via. O forse ha sparato e sono fuoriuscite dal buco al centro di me stesso, disperdendosi chissà dove.
Non so cosa sia accaduto. So soltanto che quando avevo otto anni e ho visto la foto di una squadra chiamata Avellino, nonostante fossi di Torino e quella squadra appartenesse ad una città lontana con cui nulla avevo a che fare, qualcosa in me si è acceso. Un'emozione, appunto. Un filo ha iniziato a tessersi, a creare un legame, con un luogo e con della gente che avrei conosciuto poi.
So soltanto che quando ho iniziato a seguire quella squadra, il mio cuore ha iniziato a battere ed ha accelerato sempre più. So che quando è retrocessa in serie B mi sono sentito dilaniare. Ho pianto, quattordicenne, in un bosco di montagna ove ero andato ad isolarmi. Ed ero vivo, perché anche quella era un'emozione che mi stava rendendo uomo.
So che quella squadra chiamata Avellino non si è più rialzata, non come un tempo, e l'ho vista crollare sempre più giù. E' andata in serie C e quasi non ci credevo, ha trascorso tre anni di anonimato, ma poi ha ritrovato la B ed io m'illudevo che stesse per giungere l'ora del riscatto. Ed mi sentivo esaltato. Ed ero vivo.
So soltanto, e non avete idea di quanto questo ricordo mi costi fatica, che la nuova retrocessione mi ha spezzato. I sette anni successivi di anonimato ancor peggiore dei tre precedenti mi hanno fatto assaporare l'amaro calice del perdente. Una grande voglia di riscossa albergava in me, proprio in quella porzione di stomaco ove ora non scorre più nulla, ma la riscossa non arrivava. Un anno ci siamo andati vicini, con una squadra inizialmente imbastita da due giovani imprenditori di Frigento: una squadra con talenti quali Giuseppe Mascara o Michele Fini, tanto che fui deluso dalla loro rinuncia e mi chiesi perché non potessimo avere dei dirigenti capaci, così come i due si erano dimostrati, anche noi. Sognavo, m'illudevo, dunque il mio cuore ardentemente batteva, ed ero perciò vivo.
So che la B arrivò di nuovo e fu una gioia immensa. Un primo posto, forse la volta buona per costruire qualcosa. Macché, un campionato umiliante, vissuto all'ultimo posto sin dalla prima giornata. Ed ero vivo. Umiliato, ma vivo.
So che poi... Poi accadde che il lupo rialzò la testa ancora. Il lupo che non ne voleva sapere di arrendersi. Il lupo che qualcuno salvò dal baratro e che avrà sempre la mia riconoscenza, perché conosce il valore della vita e di certo non potrebbe mai fare del male a qualcuno. Ci fu un campionato dalle emozioni incredibili, lo spareggio col gigante Napoli, l'incredulità della vittoria, la voglia di ululare al mondo e di gridargli che ero vivo, tutti noi eravamo vivi. Un filo invisibile ci univa tutti e ci rendeva parte della stessa cosa, ci dava lo stesso posto nel mondo.
So soltanto che facemmo uno spareggio con un Albinoleffe qualsiasi e risprofondammo dopo un solo altro anno di nuovo in C, ma di nuovo arrivammo al redde rationem e un ragazzotto improbabile col nome di un grande, Rivaldo, sfoderò una magia da fuori area all'ultimo istante di una partita soffertissima; una di quelle magie che non si osa quasi sognare nel più profondo del proprio cuore, benché abbia fantasticato tante volte di avere io quella maglia e di essere io autore di una prodezza del genere proprio in un istante simile, così registicamente studiato da un invisibile maestro della suspance. Ed era anche mio quel piede che calciò insieme a Rivaldo, ed era il piede di tutti i ragazzini che vorrebbero diventare assi del pallone e di tutti gli adulti che lo avrebbero voluto, e di tutti i tifosi che avrebbero desiderato di trovarsi in campo in quell'istante a sospingere la propria squadra. Era il piede di tutti noi che spingeva la palla in rete, tutti legati con lo stesso filo invisibile dell'emozione. Ed eravamo tutti vivi, ed io con gli altri.
Poi che accadde? Una retrocessione, certo. Ed un'altra subito dopo, nonostante un ripescaggio in extremis. La più deludente delle retrocessioni, forse, perché c'era la consapevolezza che questa volta la squadra non fosse male, e che senza la sventura del doppio infortunio dei due maggiori talenti, Sforzini e De Zerbi, le cose sarebbero andate diversamente, così che questa volta la salvezza, il riscatto ci sarebbero stati. Al 3-3 contro il Parma ho gioito come un bambino, e l'emozione mi possedeva ed io con lei ero vivo; e a Modena ho sofferto, anche se ormai non m'illudevo più, ma ero abbattuto e l'emozione mi stava ancora soffiando dentro.
Infine, oggi. Oggi mi desto, dopo tanti anni della mia vita, senza più niente. All'improvviso, perché la morte è sempre improvvisa, anche quando avviene dopo una lunga agonia, perché il cuore non vuol mai saperne di ascoltare la voce della ragione e s'illude sempre che un intervento più alto sopraggiunga fino all'ultimo istante.
Non c'è stato alcun intervento. Non c'è stato nulla. Solo silenzio. Una fredda guerra segreta che noi persone comuni non potremo mai appieno comprendere. Sono sempre le persone comuni a rimetterci per gli sbagli degli altri, per gli orgogli degli altri, per l'ottusità degli altri. Emozioni altrui che mangiano le nostre, le inghiottono con la spietata efferatezza tipica della logica di natura.
Non so bene cosa questi altri abbiano fatto o non abbiano fatto, perché abbiano agito come hanno agito, per quali interessi, per quale "bandiera", con quale scopo o ideale. Gli ideali sono i peggiori, si ammanta un concetto d'immacolata ragione o bontà e lo si persegue invece spesso sulla via della crudeltà.
Non conosco la maggior parte degli attori di questo delitto, ma voglio sapere chi mi ha ucciso. Voglio sapere perché. Oggi sono morto, ho un vuoto al centro di me, sono freddo, non ho più emozioni a legarmi a quel pallone che ho visto correre per anni attorno a scie bianche e verdi. Non ho più lacrime da piangere, perché le lacrime sono emozione, sono vita.
Non ho più un cuore. Ditemi chi l'ha preso, vi prego. Voglio chiedergli come ha potuto. Come ha potuto sparare. Voglio chiederli se ne è valsa la pena. Voglio chiedergli se crede sia stato giusto. Io non gli ho fatto nulla, non ho mai fatto nulla a nessuno, ma lui mi ha ucciso lo stesso. Forse voleva colpire i suoi nemici, ma io suo nemico non ero, volevo solo vivere, volevo solo sentire le mie emozioni. Perché gli uomini combattono le guerre? Perché lo fanno? Lo sanno che faranno decine, centinaia, migliaia di vittime innocenti?
E quelle vittime, ciascuna di quelle singole vittime, può forse sentirsi rincuorata dal sapere che è morta per una causa altrui, ma che questi altrui la considerano giusta? No, ciascuno pretende una ragione per la propria morte. Ogni singolo delitto, anche se compiuto in massa, deve essere giustificato.
Rivoglio indietro il mio cuore, rivoglio la mia umanità e voglio chiedergli, chiunque sia stato, guardandolo dritto negli occhi prima di esalare l'ultimo respiro, perché lo abbia fatto, come abbia potuto essere così freddo e spietato.
Mi dirà che è colpa di questo, è colpa di quello. Ed io? Io cosa ne posso se i suoi nemici sono persone orribili? Perché hai dovuto uccidere anche me, per colpire loro? Perché un padre dovrebbe mai uccidere tutti i suoi figli insieme alla moglie con cui ha litigato, figli che pure gli volevano bene, prima di togliersi la vita egli stesso?
Perché di certo chi ha ucciso me ha rinunciato a lottare, ha rinunciato alle emozioni, ha rinunciato alla vita a propria volta.
Così ditemi chi è stato, vi prego.
Ditemi chi è stato...
Ditemi chi mi ha ucciso.